Non il quarto aeroporto ma il primo hub cargo della Calabria
Nel cuore del Distretto Agroalimentare di Qualità e dell’istmo logistico tra Adriatico, Jonio e Tirreno, uno scalo cargo potrebbe incidere su una filiera che oggi vale centinaia di milioni di euro ma perde gran parte del valore aggiunto fuori regione
CORIGLIANO-ROSSANO - Se è vero che oggi la Calabria è tra le regioni che crescono di più in Italia — secondo i dati Svimez e Istat, nel 2023 ha registrato uno dei tassi di crescita del PIL più elevati del Paese — è altrettanto vero che questo sviluppo resta ancora in larga parte inespresso. Immaginate cosa potrebbe accadere se aree come la Sibaritide venissero messe davvero a regime, sfruttando fino in fondo le loro potenzialità produttive e logistiche.
E qui ritorna il tema delle infrastrutture. Non quelle da vezzo ma quelle necessarie allo sviluppo e alla crescita del territorio. Il tema non è la costruzione di un quarto aeroporto passeggeri in Calabria (che nei numeri potrebbe anche starci, senza alcun problema), ma la realizzazione del primo hub cargo regionale. Un’infrastruttura che oggi manca completamente, nonostante la Calabria sia tra le principali aree agroalimentari del Mezzogiorno.
La Piana di Sibari rappresenta la più estesa zona agricola della regione, con oltre 30.000 ettari coltivati e una produzione annua stimata in centinaia di migliaia di tonnellate di prodotti ortofrutticoli. Solo il comparto agrumicolo, con le clementine IGP, supera le 200.000 tonnellate annue, con una quota significativa destinata all’export.
A questi numeri si aggiungono produzioni di ortaggi, olio extravergine, prodotti biologici e trasformati, inseriti nel Distretto Agroalimentare di Qualità della Sibaritide, che coinvolge centinaia di aziende e genera un fatturato complessivo stimato in oltre 500 milioni di euro.
Nonostante questi volumi, oltre il 70% della produzione lascia il territorio come materia prima o semilavorato, con margini ridotti per le imprese locali. Il principale limite è rappresentato dalla logistica: tempi di trasporto elevati, costi superiori alla media nazionale e assenza di infrastrutture dedicate alla catena del freddo su larga scala.
Attualmente, le esportazioni avvengono prevalentemente su gomma verso hub logistici del Centro-Nord Italia o attraverso porti e aeroporti fuori regione. Questo comporta un aumento dei costi logistici stimato tra il 15% e il 25% rispetto ai competitor del Nord Italia e una perdita di competitività sui mercati europei ed extraeuropei.
Un aeroporto cargo a Sibari potrebbe ridurre significativamente questi gap. Secondo stime di settore, uno scalo con capacità iniziale di 50.000 tonnellate annue di merci potrebbe intercettare una quota rilevante della produzione agroalimentare locale e attrarre flussi logistici anche da Basilicata e Puglia ionica oltre che dalla Campania.
L’impatto non si limiterebbe al trasporto aereo, insomma. Perché la presenza di un hub cargo genera normalmente un indotto logistico-industriale composto da piattaforme frigorifere, centri di lavorazione e confezionamento, imprese di packaging e operatori della distribuzione. In contesti analoghi, ogni tonnellata movimentata può generare fino a 3-4 volte il valore in attività correlate.
Dal punto di vista occupazionale, un’infrastruttura di questo tipo potrebbe creare tra 300 e 500 posti di lavoro diretti nella fase operativa e oltre 1.000 nell’indotto, tra logistica, trasformazione alimentare e servizi.
inoltre, dicevamo, c'è la posizione geografica a rappresentare un ulteriore elemento strategico. Sibari si trova lungo un asse infrastrutturale che collega le due dorsali del Paese, con accesso alla rete autostradale e ferroviaria e un bacino potenziale che supera i 2 milioni di abitanti tra Calabria settentrionale, Basilicata e Puglia meridionale.
In questo contesto, lo scalo non sarebbe un’infrastruttura locale ma un nodo logistico interregionale, in grado di servire un’area vasta del Mezzogiorno.
Il problema, però, è che la Calabria del nord-est pur essendo tra le principali piattaforme agricole del Sud Europa, non dispone di un’infrastruttura cargo dedicata. Senza logistica avanzata, la filiera continua a perdere valore aggiunto, che viene generato altrove nelle fasi di trasformazione, confezionamento e distribuzione.
Un aeroporto cargo non è quindi un’opera accessoria, ma un elemento strutturale per aumentare la competitività del sistema produttivo. Significa ridurre i tempi di accesso ai mercati, abbattere i costi logistici, attrarre investimenti industriali e trattenere sul territorio una quota maggiore del valore generato.
In termini economici, anche un incremento del 10-15% del valore aggiunto trattenuto localmente potrebbe tradursi in decine di milioni di euro annui per il sistema produttivo del sistema Calabria.
Detto in parole povere, la questione non è se costruire un nuovo aeroporto, ma se dotare una delle principali aree agricole del Mezzogiorno di un’infrastruttura capace di trasformare produzione in industria, logistica ed export. Perché non farlo?