Linguaggio giovanile e violenza, l'allarme di Renzo: «Le parole possono diventare un codice di aggressività»
La pedagogista richiama famiglie e scuola al ruolo educativo: «Non va demonizzato il gergo dei ragazzi, ma quando accompagna arroganza e prepotenza diventa un problema sociale». Riflessione anche sulla realtà di Corigliano-Rossano
CORIGLIANO-ROSSANO – Il linguaggio delle nuove generazioni non è soltanto un fenomeno di costume, ma può trasformarsi in un indicatore del clima educativo di una comunità. È da questa riflessione che parte l'intervento della pedagogista Teresa Pia Renzo, che richiama l'attenzione sul peso delle parole utilizzate da adolescenti e giovanissimi, soprattutto quando vengono associate a comportamenti offensivi, aggressivi o violenti.
Secondo la pedagogista, ogni generazione costruisce un proprio lessico fatto di espressioni, modi di dire e termini che rafforzano il senso di appartenenza. Un processo naturale che, però, diventa motivo di preoccupazione quando il linguaggio smette di essere semplice forma di comunicazione e si trasforma in uno strumento di sopraffazione.
«Non bisogna demonizzare automaticamente parole come "bro", "frate" o altre espressioni tipiche del linguaggio giovanile – osserva Renzo –. Il problema non è la parola in sé, ma il contesto nel quale viene utilizzata. Quando accompagna minacce, umiliazioni, sfide agli adulti o atteggiamenti di disprezzo verso gli altri, diventa un codice diseducativo».
La riflessione nasce anche alla luce di recenti episodi di cronaca nazionale, nei quali video, reel e contenuti diffusi sui social hanno contribuito ad amplificare atteggiamenti di arroganza e mancanza di rispetto persino davanti a tragedie e vicende drammatiche.
Per la pedagogista, il ruolo dei social network, della musica e dei contenuti digitali è oggi determinante nella diffusione di modelli comunicativi che vengono rapidamente imitati dai più giovani. «Bambini e ragazzi ascoltano, ripetono e fanno propri linguaggi che spesso non sono ancora in grado di comprendere pienamente. Così parole nate in contesti diversi entrano nelle scuole, nei cortili, nelle famiglie e nelle relazioni quotidiane».
Un fenomeno che, sottolinea Renzo, riguarda anche i bambini più piccoli, esposti sempre più precocemente a espressioni, toni e modalità comunicative non adeguate alla loro età. La pedagogista richiama quindi l'attenzione anche sulla realtà di Corigliano-Rossano, città nella quale il linguaggio utilizzato nei gruppi giovanili, nelle chat, sui social e nei luoghi di aggregazione può rappresentare il primo campanello d'allarme di un disagio educativo più profondo.
«Prima dell'aggressione fisica – afferma – c'è quasi sempre una parola che prepara il terreno: una presa in giro, una minaccia, una provocazione o un'etichetta usata per umiliare qualcuno. Se un ragazzo impara a comunicare soltanto per provocare o dominare gli altri, rischia di utilizzare la parola come anticamera della violenza».
Da qui l'appello rivolto al mondo degli adulti. Per Renzo, famiglia e scuola devono tornare a svolgere con decisione il proprio ruolo educativo, correggendo quando necessario linguaggi offensivi, sessisti o violenti senza cadere né nella censura indiscriminata né nell'atteggiamento di chi giustifica tutto con un semplice «sono ragazzi».
«Ogni generazione crea il proprio modo di parlare – conclude la pedagogista – ma quando una parola viene associata a comportamenti incivili o violenti, cambia funzione. Non comunica più: educa male. E una comunità che vuole crescere cittadini rispettosi deve avere il coraggio di intervenire anche da lì, dal linguaggio».