Piede diabetico, l’appello a Occhiuto: «Basta calabresi amputati fuori regione»
Il diabetologo toscano, originario della Sibaritide, Graziano Di Cianni, lancia l'allarme: due pazienti cosentini amputati in Toscana in 15 giorni. «Serve una rete regionale per il diabete»
CORIGLIANO-ROSSANO - Due pazienti della Calabria del nord-est amputati per piede diabetico negli ospedali della Toscana nel giro di quindici giorni: uno a Pisa, l’altro a Livorno. È da questo dato, crudo e difficilmente aggirabile, che parte la lettera aperta indirizzata al presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, firmata dal dottor Graziano Di Cianni, direttore dell’UOC di Diabetologia dell’Asl Toscana Nord-Ovest, coordinatore della Commissione diabetologica della Regione Toscana, già presidente nazionale dell’Associazione Medici Diabetologi e originario - nemmeno a dirlo - della Calabria, nell'alta Piana di Sibari, di San Marco Argentano.
Il tema, ovviamente, non è solo clinico. È sanitario, sociale e politico. Perché il piede diabetico rappresenta una delle complicanze più gravi del diabete e, quando non viene intercettato e trattato in tempo, può portare a infezioni devastanti, lesioni ulcerative, dolore cronico, ricoveri complessi e amputazioni. In Calabria, nel biennio 2023-2024, poco meno del 7% della popolazione adulta tra 18 e 69 anni ha riferito una diagnosi di diabete; la prevalenza sale al 13% nella fascia 50-69 anni.
Il quadro regionale appare ancora più delicato se si guarda al monitoraggio. Secondo i dati PASSI 2023-2024, il 37% circa dei pazienti diabetici calabresi riferisce di essere seguito esclusivamente dal medico di medicina generale, il 28% da un centro diabetologico e poco più di un terzo da entrambi. Circa il 60% delle persone con diabete ha effettuato il controllo dell’emoglobina glicata nei 12 mesi precedenti l’intervista, ma resta una quota non trascurabile, il 15%, che dichiara di non conoscere l’esame o il suo significato.
Dentro questi numeri si inserisce la denuncia di Di Cianni, rilanciata anche dall’ANSA, che parla di pazienti fragili, anziani, con diabete e altre patologie croniche, costretti a cercare fuori regione una risposta a un problema sanitario che dovrebbe essere affrontato in Calabria. Nella sua lettera il medico scrive che quei pazienti, dopo mesi di sofferenze, infezioni e dolori agli arti inferiori, affrontano lunghi viaggi per essere ricoverati lontano dagli affetti e tornano a casa con amputazioni più o meno totali, con un arto «mutilato».
La lettera non si limita a raccontare due casi recenti. Li usa come simbolo di una fragilità strutturale. «La Calabria è tra le regioni a più alta prevalenza di diabete», scrive Di Cianni, ricordando che la malattia cronica, se non diagnosticata e curata adeguatamente, può produrre gravi complicanze a carico di cuore, vasi, retina, rene e arti inferiori. Nello stesso passaggio, il diabetologo sottolinea che la regione registra anche uno dei più alti tassi di amputazioni per diabete agli arti inferiori in Italia.
Il punto centrale dell’appello è la rete. Per Di Cianni, combattere quella che definisce un’«epidemia silenziosa» richiede interventi strutturati di prevenzione e cura, capaci di garantire equità di accesso indipendentemente dall’età, dalle condizioni sociali e dal comune di residenza. Non basta, dunque, curare l’emergenza quando arriva. Serve intercettare prima il rischio, seguire i pazienti, riconoscere le lesioni, trattarle tempestivamente e indirizzare i casi più complessi verso centri specialistici.
Il modello indicato è quello di una rete di centri territoriali multiprofessionali e multidisciplinari, integrata da un lato con la medicina generale e dall’altro con centri ospedalieri specialistici in grado di accogliere i pazienti più complicati, in particolare quelli con problemi agli arti inferiori. È la differenza tra un sistema che accompagna il paziente e uno che lo perde fino a costringerlo a partire.
La questione riguarda tutta la Calabria, ma pesa in modo particolare sui territori più distanti dai grandi presidi sanitari. Nelle aree interne, nei piccoli comuni e nelle zone periferiche, il diabete non è solo una diagnosi: diventa spesso una prova di accesso ai servizi. Visite, controlli, medicazioni avanzate, consulenze vascolari, diabetologiche, chirurgiche e infettivologiche richiedono tempi, spostamenti, continuità e coordinamento. Quando questa rete manca, il rischio è che il paziente arrivi tardi al punto di cura giusto.
L’appello a Occhiuto, quindi, mette il dito in una delle ferite più sensibili della sanità calabrese: la distanza tra bisogni cronici e organizzazione dei servizi. Il piede diabetico non esplode all’improvviso. Spesso è l’esito di una progressione che può essere rallentata, gestita o evitata se esistono presa in carico, controlli periodici, educazione terapeutica, ambulatori dedicati e percorsi rapidi per i casi a rischio.
Per questo la denuncia di Di Cianni suona come una richiesta di cambio di passo. Non un intervento episodico, non una risposta emotiva a due amputazioni avvenute fuori regione, ma l’inserimento della lotta al diabete e alle sue complicanze tra le priorità della sanità calabrese. «La prego di intervenire. Metta nella sua agenda di priorità la lotta al diabete e alle sue complicanze in Calabria», scrive il medico nella conclusione della lettera.
«Basta con i cittadini calabresi amputati fuori regione per piede diabetico». Una richiesta che va oltre il singolo caso e chiama in causa la capacità della Regione di costruire percorsi di cura prima che la complicanza diventi mutilazione.
La Calabria può permettersi di continuare a esportare dolore, viaggi della speranza e amputazioni? Oppure può finalmente costruire una rete diabetologica capace di stare vicino ai pazienti, prima che l’unica risposta rimasta sia un letto d’ospedale lontano da casa?