Sanità, dall’Alto Jonio parte la sfida alla Regione: “Convenzione con la Basilicata subito”
La proposta della sindaca di Nocara rompe gli schemi e apre un fronte politico: assistenza sanitaria da spostare verso Policoro per i comuni di confine. “Siamo più vicini lì che agli ospedali calabresi”
CORIGLIANO-ROSSANO – Se Maometto non va alla Montagna e la Montagna che va da Maometto. Quella che stiamo per raccontare è una proposta politica, nata dalla disperazione, destinata a fare rumore. Dalla propaggini settentrionali della Calabria del nord-est, quelle al confine con la Basilicata, parte una richiesta che mette direttamente in discussione l’organizzazione della sanità regionale e provinciale: attivare una convenzione con la Regione Basilicata per garantire assistenza ai cittadini dei comuni più periferici della Calabria del nord-est.
A lanciarla è il sindaco di Nocara, Maria Antonietta Pandolfi, che dopo aver raccontato in una lettera aperta il calvario sanitario vissuto dalla madre, alza il livello dello scontro e chiama in causa la Regione Calabria: «Siamo oggettivamente più vicini alla Basilicata, che raggiungiamo con più facilità. Se la sanità non arriva nei territori, i territori devono poter andare dove la sanità c’è ed è facilmente accessibile». Non è la solita levata di scudi provocatoria e autonomista; non è nemmeno una questione identitaria e forse neanche una questione politica vera e propria. È una considerazione che nasce dalla necessità, dall’esigenza, dal dolore e dalla paura.
Il caso che accende il fronte politico
La proposta della Pandolfi, dicevamo, nasce da una vicenda personale, ma si trasforma rapidamente in una questione pubblica. Perché il racconto dettagliato della sindaca – tra pronto soccorso congestionati, reparti al limite e assistenza carente – diventa il detonatore di un malessere diffuso.
Tre giorni su una barella prima di un intervento chirurgico, dimissioni premature, ricoveri a catena tra Corigliano-Rossano, Trebisacce e Castrovillari. E poi condizioni strutturali definite «non degne di un Paese civile», tra carenza di personale, macchinari obsoleti e gestione discutibile dei servizi essenziali, come il vitto ai pazienti. Fino all’episodio più grave: una struttura medicalizzata dove l’anziana viene lasciata per ore senza assistenza, senza acqua, senza alcuna forma di cura.
Non un episodio isolato, ma un sistema
Quella raccontata da Pandolfi non è una storia isolata. È la fotografia di ciò che accade quotidianamente nei comuni dell’entroterra dell’Alto Jonio e più in generale dei paesi e dei borghi interni della Sibaritide-Pollino e della Calabria.
Qui la sanità pubblica è fragile, discontinua, spesso assente. Mancano medici, gli ambulatori sono ridotti al minimo e il sistema dell’emergenza-urgenza sconta ritardi strutturali aggravati da infrastrutture carenti. Le ambulanze impiegano troppo tempo ad arrivare. E quando arrivano, quasi sempre sono senza un medico a bordo. Che non è necessario, è vero. Ma se ci troviamo in luoghi della terra dove un ospedale si trova ad uno schiocco di dita. Qui, invece, parliamo di paesi, che il primo ospedale del sistema (quello calabrese) si trovano ad almeno un’ora di viaggio se non a due!
Le promesse mancate: telemedicina ed elisoccorso
Dopo la pandemia, infatti, le soluzioni indicate erano chiare: telemedicina e rete diffusa di piattaforme per l’elisoccorso. A riguardo ci fu una campagna comunicativa spietata. Ad oggi, però, il quadro resta incompleto. La telemedicina procede a rilento, senza una reale uniformità territoriale. Le piattaforme per l’elisoccorso – annunciate come una rivoluzione per i piccoli comuni – non sono ancora operative in modo capillare. Il risultato è un vuoto assistenziale che continua a pesare sulle comunità più isolate.
L’asse verso Policoro: una soluzione concreta?
È in questo scenario, quindi, prende forma l’idea di guardare oltre il confine regionale. I comuni dell’Alto Jonio – Nocara, Canna, Rocca Imperiale, Montegiordano – gravitano naturalmente verso Policoro, più vicino e meglio collegato rispetto ai presidi calabresi.
Da qui la proposta alla Regione Calabria, al presidente della Giunta regionale, di attivare una convenzione interregionale che consenta ai cittadini di questi comuni di accedere ai servizi sanitari lucani in modo strutturato.
Una soluzione che, se accolta, aprirebbe un precedente significativo e metterebbe la Regione Calabria di fronte a una scelta: colmare il gap nei territori o accettare, di fatto, una migrazione sanitaria “istituzionalizzata”.