Harry, Jolina e le colpe dell'uomo: all'Eco in Diretta il processo ad un territorio che non regge più l'impatto climatico
Dal Crati al Trionto, tra alvei occupati, fondi mai spesi e competenze confuse: il paradosso emerso all'Eco in Diretta tra abusivismo tollerato e sicurezza a rischio
CORIGLIANO-ROSSANO – Il cielo ci ha messo la furia. L’uomo, però, ci ha messo tutto il resto. Quanto c’è di naturale in quello che è accaduto e quanto, invece, è il frutto di un territorio lasciato incancrenire tra alvei ostruiti, canali tombati, competenze confuse e prevenzione rimasta quasi sempre sulla carta?
È attorno a questo crinale – netto, spigoloso, inevitabile – che si è mossa l’ultima puntata di Eco in Diretta, il talk dell’Eco dello Jonio (rivedila qui), dedicata agli effetti dei cicloni Harry e Jolina. Una puntata densa, tesa, a tratti persino impietosa, perché ha provato a fare quello che troppo spesso si evita di fare dopo ogni alluvione: non fermarsi al racconto dei danni, ma risalire alle cause. E le cause, ascoltando le voci in studio, sembrano avere tutte una stessa matrice: il dissesto non arriva mai all’improvviso. Non si può chiamare emergenza quella che, in realtà, è un ammasso di colpe più o meno chiare e omissioni.
In studio, con il direttore Marco Lefosse, c’erano l’assessore all’Assetto urbano del Comune di Corigliano-Rossano Tatiana Novello, il sindaco di Pietrapaola Manuela Labonia, il geologo Carlo Tansi ed Ercolino Ferraina, voce di chi quel disastro lo ha già vissuto sulla propria pelle e continua a viverne le conseguenze.
Ed è stata proprio la parola “conseguenze” a dominare il confronto. Perché se Harry prima e Jolina poi hanno scaricato sul territorio, in poco meno di un mese, quantità d’acqua impressionanti, il punto politico e civile emerso dal talk è che la violenza del meteo incontra oggi una Calabria già indebolita, già sfilacciata, già vulnerabile. Non un territorio integro travolto da una tragedia imprevedibile, ma un territorio fragile investito da eventi ormai sempre meno eccezionali.
A mettere ordine, almeno sul piano scientifico, è stato Carlo Tansi. Ed ha sfogliato il “libro segreto” del Crati. Il geologo ha toccato il cuore del problema: gli argini del fiume più importante della Calabria sono vecchi di un secolo, gli alvei alzati dal materiale detritico, e poi ancora i torremnti che perdono spazio, la manutenzione che non si fa, i progetti rimasti nei cassetti, i fondi annunciati e mai tradotti in opere. Una fotografia durissima, resa ancora più efficace dal richiamo a quei masterplan milionari che avrebbero dovuto mettere in sicurezza il territorio (200 milioni di euro dopo l’esondazione del Crati del 2013 mai messi a terra!) e che invece sembrano essersi persi nel solito cono d’ombra della programmazione regionale.
Ma il passaggio più forte, forse, è stato un altro: la prevenzione in Calabria continua ad essere trattata come una spesa eventuale, quando invece dovrebbe essere l’unica vera infrastruttura prioritaria. Tansi lo ha detto in modo persino brutale: ai sindaci va dato atto di aver gestito bene l’emergenza, ma sulla prevenzione il voto scende drammaticamente. Ed è difficile dargli torto.
Perché il sindaco di Pietrapaola, Manuela Labonia, ha raccontato esattamente questo. Ha descritto un Comune che prova ad anticipare i problemi, che ogni anno spende risorse proprie per pulire fossi, canaloni, alvei, che interviene prima possibile pur sapendo che quella non è, almeno formalmente, sempre una competenza comunale. Eppure, nonostante la manutenzione e nonostante un’attenzione costante, i 240 millimetri di pioggia scaricati su Pietrapaola hanno comunque mandato in crisi la rete di deflusso, provocando allagamenti sulla Statale 106, danni alle attività e alle abitazioni, uno scontro fisico tra l’acqua che scendeva dai canaloni e quella che il territorio non riusciva più a smaltire.
Qui la lezione è doppia. Da un lato, la prevenzione locale serve e attenua i danni. Dall’altro, non basta più. Perché i Comuni, da soli, possono tamponare ma non risolvere. Possono correre, spendere, monitorare, pulire, ma non possono sostituirsi a una pianificazione regionale seria e continuativa.
È esattamente su questo punto che si è innestato l’intervento di Tatiana Novello, che ha allargato il ragionamento da Corigliano-Rossano all’intera fascia urbana e costiera. Il suo passaggio più rilevante è politico prima ancora che tecnico: il problema, ha detto in sostanza, non è soltanto l’acqua che cade, ma come abbiamo trasformato il territorio negli anni. Dove un tempo c’erano terreni agricoli, aree drenanti, canali naturali di deflusso e spazi aperti, oggi ci sono case, strade, rilevati, lottizzazioni, infrastrutture.
Nel caso di Corigliano-Rossano, il talk ha riportato alla luce criticità che la città conosce da anni: i fossi di scolo chiusi o insabbiati, i sottopassi ostruiti, i rilevati ferroviari che bloccano il naturale deflusso, i canali consortili che vengono guardati solo quando l’emergenza è già scoppiata
Sul tavolo del talk è finito anche il tema, delicatissimo, delle occupazioni negli alvei e delle aree golenali sottratte al fiume. Un altro nervo scoperto, che Tansi ha affrontato senza girarci attorno, ricordando come la presenza di coltivazioni e ostacoli dentro gli spazi di piena rallenti il corso dell’acqua e favorisca il deposito dei detriti. In altre parole: si restringe il fiume, lo si appesantisce, lo si costringe, poi ci si stupisce quando rompe e si riprende il suo spazio. Una dinamica che il talk ha evocato anche sul fronte della foce del Crati e dell’area dei Laghi di Sibari, in uno dei passaggi più suggestivi e più inquietanti della trasmissione.
Insomma – qui sta la sintesi del dibattito di ieri sera all’Eco in Diretta – se L’emergenza si può gestire, la prevenzione, invece, continua a mancare. E finché resterà così, Harry e Jolina non saranno letti come due eccezioni ravvicinate, ma come il trailer di quello che rischia di diventare normale.