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Corigliano-Rossano 8 anni dopo: la fusione resta un cantiere aperto

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CORIGLIANO-ROSSANO - Sarà stata sicuramente una casualità. Però c’è qualcosa di paradossale – e forse anche di un po’ amaro – nel fatto che oggi, che è 31 marzo, Corigliano-Rossano torni a riunire il suo Consiglio comunale. Se si potesse scommettere, tra quanti siedono nell'emiciclo civico sappiano che ricorrenza è oggi, probabilmente si farebbe jackpot. Perché il 31 marzo on è una data qualsiasi. Almeno non lo è per la comunità. È il giorno in cui, otto anni fa, questa città ha iniziato ufficialmente a esistere. Sulla carta prima, nelle urne poi, nella realtà molto meno.

Oggi si discuterà di bilancio, di DUP, di opere pubbliche. Atti fondamentali, inevitabili. La macchina amministrativa deve andare avanti. Ma mentre l’Aula si prepara a votare numeri, piani e programmazioni, fuori da quell’ordine del giorno resta il convitato di pietra che da otto anni accompagna ogni passaggio politico: la fusione.

Perché il punto, ormai, non è più se quella scelta fosse giusta o sbagliata. Su questo ha già risposto la storia – e anche la giustizia amministrativa, che ha definitivamente blindato il processo almeno fino al 2033. Il punto è un altro, molto più concreto e molto più scomodo: cosa è stato fatto, davvero, per trasformare quella fusione in una città?

A guardarla da vicino, in realtà, la risposta è meno scontata di quanto si racconti. Corigliano-Rossano oggi è una città che esiste, certo. Ma è ancora una città che si comporta come due. Lo si vede nelle cose grandi e in quelle piccole, nei simboli e nelle scelte strategiche, nei ritardi e nelle assenze. Al netto di quanto ne possa raccontare Stasi che in quanto a narrazioni è - sicuramente - insuperabile.

Prendiamo la cittadella amministrativa di Insiti. Doveva essere il cuore fisico della nuova città, il luogo in cui le due anime si sarebbero incontrate davvero, superando gerarchie e rivalità. Doveva essere il segnale più forte, quello capace di dire: da oggi si cambia passo. E invece, col passare degli anni, è diventata poco più di una suggestione. Non una priorità politica, non una battaglia identitaria, non un’urgenza. Certo, sull'area di Insiti, individuata per far nascere la cittadella, fino a poco tempo fa gravava un contenzioso di usucapione non facile da gestire e che l'Amministrazione comunale ha concluso riappropiandosi dell'area.

Oppure i municipi. Sette, previsti, pensati per tenere insieme un territorio enorme senza allontanare i cittadini dalle istituzioni. Dovevano essere la risposta più intelligente a chi temeva una città troppo grande per essere governata. Sono rimasti sulla carta. Una previsione statutaria che nessuno ha mai davvero voluto trasformare in realtà.

E poi ci sono i simboli, che in politica contano più di quanto si voglia ammettere. Lo stemma, il gonfalone. Una città, per essere tale, deve anche sapersi rappresentare. Qui invece siamo fermi a un concorso di idee del 2023, finito tra polemiche e errori clamorosi, e mai davvero chiuso. Nel frattempo, nelle cerimonie ufficiali continuano a comparire due gonfaloni. Due città, appunto. Anche quando dovrebbero essere una sola.

Non è solo una questione estetica. È il segno di qualcosa che non si è mai compiuto fino in fondo. E questo riguarda anche il piano più profondo, quello culturale. La fusione non è diventata – almeno finora – una narrazione condivisa. Le due comunità continuano a vivere, raccontarsi, celebrarsi spesso in parallelo. Senza un vero punto di contatto. Senza una sintesi.

In questo scenario, il ruolo della politica diventa decisivo. Anche perché Corigliano-Rossano vive un unicum: l’amministrazione guidata da Flavio Stasi è la prima – e finora l’unica – ad aver governato la città unificata. Non ci sono precedenti, non ci sono alibi storici, non c’è un “prima” su cui scaricare responsabilità.

Tutto si misura qui. E allora la domanda torna, inevitabile, proprio nel giorno in cui il Consiglio è chiamato a votare il futuro finanziario e programmatico dell’ente: dove sono le politiche per la fusione?

Non gli atti ordinari, non la gestione quotidiana. Quelle sono fisiologia amministrativa. Ma il progetto. La visione. L’architettura di una città nuova. Perché se quella dimensione manca, tutto il resto rischia di restare sospeso. E infatti è lì che si inserisce la crepa più evidente: la disaffezione. Una parte crescente di cittadini che quella fusione non la sente propria, non la riconosce, non la vede tradotta in vantaggi concreti.

E quando questo accade, la politica lo sa bene, lo spazio si riempie in fretta. Di nostalgie, di spinte autonomiste, di letture semplificate. Non perché siano più forti, ma perché sono più facili.

Così oggi, mentre in Aula si discutono numeri e programmi, la vera partita continua a giocarsi altrove. In quella distanza ancora aperta tra ciò che la città è diventata formalmente e ciò che non è riuscita ancora a diventare davvero.

Otto anni, per un processo così complesso, non sono pochi. Ma non sono nemmeno abbastanza per arrendersi all’idea che tutto questo fosse inevitabile.

La fusione non era un punto di arrivo. Doveva essere un inizio. Il problema è che, guardandosi intorno, quella partenza sembra non essere mai avvenuta fino in fondo.

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.