Ciclone Jolina nella Sila greca, l'epicentro a Pietrapaola ( 240 mm). La devastazione? 10 km più a nord, nel delta del Trionto
Frane e smottamenti tra Crosia e l’area est di Corigliano-Rossano, ma i dati Arpacal raccontano un’altra verità: la pioggia più violenta si è abbattuta più a sud. Ed il confronto con l’alluvione del 2015 chiarisce la reale portata dell’evento
CORIGLIANO-ROSSANO - Probabilmente è un numero, secco e freddo, che chiarisce più di tutti l'impatto naturalmente devastante del Ciclone Jolina tanto da rivederne la sua geografia topica nel colpire il territorio della Calabria del nord-est. Le immagini della devastazione ci portano a pensare che l'area est di Corigliano-Rossano e ancora di più Crosia siano stati i luoghi maggiormente colpiti dalle piogge, perché lì si contano la maggior parte dei danni. Ma i numeri, dicevamo, dicono altro. La forza del ciclone mediterraneo si è vista a Pietrapaola dove in meno di 48 ore sono caduti 239 millimetri di pioggia.
Mentre l’attenzione resta concentrata sulle criticità tra Dragonetti, Fossa, Toscano e Zolfara, nel cuore della fascia est di Corigliano-Rossano, e ancora di più sulle immagini di devastazione che hanno colpito il centro urbano di Mirto, il centro storico di Crosia ed il lungomare di Centofontane (letteralmente cancellato dagli ultimi eventi) i dati del Centro Funzionale Multirischi di Arpacal raccontano una verità meno visibile ma decisiva: il baricentro del ciclone è più a sud, lungo la Sila Greca ionica.
È lì che il sistema ha scaricato la sua energia principale. È lì che, ora dopo ora, si è costruita la pressione che oggi si traduce in frane, smottamenti e instabilità diffusa più a nord.
La dinamica: prima la saturazione, poi i picchi
Il comportamento del ciclone è stato tutt’altro che improvviso. Nella giornata del 16 marzo la pioggia è caduta in modo continuo, senza pause significative, insistendo tra Crosia, Mandatoriccio, Longobucco e Bocchigliero. È la fase meno evidente ma più determinante, quella in cui il terreno perde progressivamente la capacità di assorbire acqua.
Poi, nella notte tra il 16 e il 17 marzo, il cambio di passo. Le precipitazioni si intensificano e si organizzano in celle più attive. In alcune aree si registrano valori orari molto elevati: a Pietrapaola si sfiorano i 50 millimetri in un’ora, mentre tra Crosia e Corigliano si superano i 30 millimetri orari.
È in questa finestra temporale che il ciclone diventa realmente pericoloso. Non per un singolo nubifragio, ma per l’effetto combinato tra suolo saturo e pioggia intensa.
Perché i danni si concentrano nel delta del Trionto?
Se il cuore del ciclone è a sud, i danni - però - si manifestano più a nord per una ragione precisa: il territorio. L’area del delta del Trionto è una zona naturale di raccolta delle acque che scendono dalla Sila Greca. Qui i deflussi si concentrano, rallentano e tendono ad accumularsi. Ma a questa fragilità strutturale si è sovrapposto, negli ultimi trent’anni, un modello di sviluppo urbanistico estremamente aggressivo.
A Crosia, in particolare, si è costruito un centro urbano di circa diecimila abitanti in un’area strettamente legata alla dinamica del fiume Trionto. Un corso d’acqua che, in condizioni di piena, è tra i più impetuosi d'Europa e che storicamente necessita di ampi spazi di espansione.
La riduzione di questi spazi, unita alla pressione idrica proveniente dalle aree più a sud, spiega perché gli effetti più evidenti del ciclone si manifestino proprio qui.
Jolina e Alluvione 2015: dati a confronto
Per comprendere davvero la portata dell’evento, il confronto con l’alluvione del 2015 è inevitabile. Nella notte tra l'11 e il 12 agosto di quell’anno, tra Rossano e Corigliano, si registrò uno degli episodi più estremi della storia recente del territorio. I dati parlano chiaro: in alcune stazioni si superarono i 200-230 millimetri di pioggia in poche ore, con picchi superiori ai 50 millimetri orari e accumuli che, in tre ore, sfiorarono o superarono i 100 millimetri. Fu un evento violentissimo, concentrato e improvviso, che colpì direttamente l’area urbana provocando allagamenti diffusi e danni ingenti.
Jolina presenta numeri importanti, ma con una distribuzione completamente diversa. I 239 millimetri registrati a Pietrapaola sono paragonabili, come accumulo totale, ai valori del 2015, ma sono distribuiti su un arco temporale molto più ampio, nell’ordine delle 36-48 ore. Anche i picchi orari, pur elevati, restano generalmente inferiori rispetto a quelli registrati durante l’alluvione.
In altre parole, il 2015 fu un evento “esplosivo”, mentre Jolina è un evento “estensivo”.
Evento estremo o evento diffuso? La differenza chiave
Questa distinzione non è solo tecnica, ma sostanziale. Nel 2015 il danno fu generato dalla violenza immediata della pioggia, capace di superare in poche ore la capacità di risposta del territorio.
Nel caso di Jolina, invece, il rischio nasce dalla durata e dalla persistenza. La pioggia insiste per ore, il terreno si satura completamente e ogni ulteriore precipitazione, anche meno intensa, diventa potenzialmente destabilizzante.
È questo il motivo per cui oggi si registrano frane, smottamenti e cedimenti diffusi, come quello di Dragonetti o come la spaventosa frana di Crosia (la cosiddetta Debris Avalanche). Non serve un picco estremo quando il territorio è già al limite.
Insomma, alla fine, tutto converge su quel dato iniziale. I 239 millimetri registrati a Pietrapaola non sono solo un valore meteorologico. Sono la chiave di lettura dell’intero evento.
Perché spiegano dove il ciclone ha colpito con maggiore intensità. Spiegano perché la pressione idrica si è costruita nel tempo. E spiegano, soprattutto, perché i danni si manifestano altrove, lungo il delta del Trionto.
È un dato che non si vede, perché non coincide con le immagini più evidenti. Ma è quello che tiene insieme tutto: la dinamica del ciclone, la risposta del territorio e la vulnerabilità costruita negli anni.
Ed è proprio lì che bisogna guardare per capire davvero cosa è stato, e cosa può ancora essere, il ciclone Jolina sulla Sila Greca.