Porto di Corigliano-Rossano, sono maturi i tempi per rivendicare una bretella ferroviaria
Il salto di qualità di Gioia Tauro sull’automotive riapre il dossier del porto jonico: senza ferrovie e infrastrutture, nessuna visione può diventare sviluppo
CORIGLIANO-ROSSANO - La notizia che arriva dal Porto di Gioia Tauro ha il valore delle svolte silenziose. La partnership tra BYD e Automar, che porta nello scalo tirrenico traffici automotive strutturati e ad alto valore aggiunto, certifica un cambio di fase: Gioia Tauro non è più soltanto il grande hub del transhipment, ma una piattaforma logistica industriale pienamente integrata nelle catene globali del valore.
Un modello costruito nel tempo, fondato su intermodalità, ferro, connessioni e investimenti mirati. Un modello che, inevitabilmente, riporta l’attenzione sull’altro grande porto calabrese, quello jonico di Porto di Corigliano-Rossano. Una vera e propria cenerentola del Mediterraneo che dagli '70 è ancora alla ricerca del suo destino
Ebbene, qui la discussione non può più fermarsi alle opportunità mancate, su quello che poteva essere e non è stato. Purtroppo non basta più. È un esercizio che appartiene a una stagione chiusa e alle cui responsabilità la storia ha già dato un nome. Ora bisogna andare avanti, voltare pagina. E iniziare una nuova fase di rivendicazioni consapevoli. A partire dalle infrastrutture. Perché senza infrastrutture a servizio, nessun porto può competere. E senza competizione, nessuna visione può diventare sviluppo.
Alcune condizioni, tuttavia, stanno finalmente cambiando. I lavori della nuova SS106 Sibari-Coserie a quattro corsie rappresentano un passaggio strutturale importante: l’asse jonico si aggancerà direttamente alla rete autostradale nazionale, creando un collegamento continuo con il corridoio Tirreno–Jonio–Adriatico. Un salto di qualità che restituisce centralità a un’area storicamente marginalizzata. Basta? Probabilmente no, soprattutto se ci troviamo in un contesto economico globale in cui la competitività è tutto.
L'altra partita per il Porto di Corigliano-Rossano, infatti, si gioca sul ferro. Il collegamento della grande darsena jonica alla linea ferroviaria e la consequenziale bretella di Sibari, è l’intervento che può cambiare la natura stessa dello scalo. Poco meno di tre chilometri di nuova linea ferroviaria, decisivi per trasformare l'area portuale in un nodo logistico intermodale, capace di dialogare con i traffici intercontinentali.
Fantasia? No. Visione, probabilmente sì. Che si racchiude tutta in quella Dottrina Gromyko in salsa sibarita di cui dovremmo essere più convinti: nulla è mai troppo, nulla è mai definitivo, tutto è negoziabile se hai forza, tempo e coerenza nel rivendicare.
È in questa prospettiva che il nostro porto può tornare competitivo anche per settori come l’automotive. Gli spazi per lo stoccaggio non mancano, le superfici sono ampie, la posizione geografica è peculiare: Corigliano-Rossano si colloca nel punto di convergenza naturale tra le dorsali orientali e occidentali del Sud Italia, quel “istmo infrastrutturale” che può fare dello Jonio una cerniera e non una super-periferia.
La lezione che arriva da Gioia Tauro è chiara e non ammette scorciatoie: i traffici seguono le infrastrutture, non le dichiarazioni d’intenti. Dove ci sono ferro, gomma e mare integrati, arrivano gli investimenti. Dove mancano, restano le attese.
Per questo oggi il tema non è più se Corigliano-Rossano abbia un futuro portuale, ma quale infrastrutturazione si intende garantire per renderlo possibile. Progettare, finanziare e realizzare le connessioni non è più una rivendicazione ideologica, ma una necessità industriale.
In un Mediterraneo che accelera, un porto può permettersi di restare fermo solo sulla carta. Nella realtà, senza strade e senza binari, resta fuori rotta.