Sotto un balcone, al gelo nel 2026: la povertà invisibile che interroga Schiavonea
In via Medi, a Schiavonea, una persona trova riparo dal freddo sotto un balcone. Una storia silenziosa che riporta il dibattito su inclusione e accoglienza alla sua dimensione più reale e urgente
CORIGLIANO-ROSSANO – Siamo nel 2026 e continuiamo a discutere di inclusione, accoglienza, integrazione. Parole che riempiono pagine di giornali, tavoli istituzionali e convegni, spesso accompagnate da polemiche, paure e cronache di reati che rendono il tema ancora più divisivo. Un terreno scivoloso, dove è facile semplificare e difficile comprendere fino in fondo.
Poi, però, c’è la realtà. Quella che non fa rumore, che non cerca consenso e che si nasconde negli angoli delle nostre città.
In via Medi, a Schiavonea, sotto un balcone, qualcuno ha trovato il suo rifugio. In questi giorni di freddo pungente, un anfratto è diventato l’unico riparo possibile: appena lo spazio per proteggersi dal vento, qualche coperta consumata, pochi oggetti raccolti lungo il cammino. E un piccolo fuoco acceso, con tutti i rischi che comporta, ma necessario. Perché quando il gelo entra nelle ossa, la priorità diventa una sola: sopravvivere.
Vederlo lì ci ha profondamente colpiti. Non era una fotografia costruita, non era un racconto filtrato. Era una persona reale, sola, rannicchiata sotto un balcone, mentre intorno la vita continuava normalmente. Le luci delle case accese, le auto che passavano, l’indifferenza involontaria di una quotidianità che spesso non si accorge di ciò che accade a pochi metri di distanza.
In quel momento ogni dibattito astratto è apparso lontano. Non c’erano slogan né numeri, non c’erano convegni o dichiarazioni. C’erano il freddo, la solitudine, l’abbandono. C’era la fragilità di una vita ai margini, che costringe a fermarsi e a guardare davvero.
Ed è qui che nasce la denuncia sociale. Perché nel 2026 non è accettabile che una persona sia costretta a vivere sotto un balcone in via Medi per non morire di freddo. Non è accettabile che l’emergenza venga affrontata solo quando diventa pericolo o notizia. Non è accettabile che l’invisibilità diventi normalità.
Eppure, accanto a queste ferite aperte, esiste anche un’altra Schiavonea. Quella che spesso non finisce nei titoli, ma che si muove in silenzio. Quella dei cittadini, dei volontari, delle associazioni e delle persone comuni che, come spesso accade sul territorio, cercano di dare una mano: una coperta, un pasto caldo, un gesto di attenzione, una presenza. Un’umanità concreta che resiste e che meriterebbe di essere raccontata più spesso.
Raccontare storie come questa significa denunciare ciò che non funziona, ma anche ricordare che una comunità si misura nella capacità di non voltarsi dall’altra parte. Perché dietro un balcone, in una strada come via Medi, può esserci una vita che chiede solo di essere vista.