Alberi mutilati in nome della sicurezza? La capitozzatura è vietata e va fermata
Alla vigilia della nuova campagna di potatura, un punto fermo per evitare polemiche ricorrenti. A Corigliano-Rossano anni di scelte sbagliate sul verde pubblico impongono un cambio di paradigma: meno motoseghe, più competenza e visione
CORIGLIANO-ROSSANO - Alla vigilia dell’avvio della nuova campagna di potatura e sistemazione della vegetazione urbana, è utile – anzi necessario – fissare un punto fermo che valga da monito, da suggerimento tecnico e da argine preventivo a polemiche cicliche quanto evitabili: la capitozzatura degli alberi non è una pratica ammessa. Non è una potatura “energica”, non è una scorciatoia, non è una soluzione. È un danneggiamento. E come ogni danneggiamento, è vietato. Lo diciamo senza ma, senza però, senza scuse per evitare che domani possano sorgere nuove polemiche assurde su quello che dvrebbe essere un principio sacrosanto oltre che di buonsenso: aver cura della natura.
E questo dovrebbe far capire che c'è una posizione ideologica, né un’opinione personale. È una regola scritta nella legge. Tra l'altro c'è pure una Legge regionale della Calabria (la n. 7/2024), che disciplina la valorizzazione delle aree verdi e delle formazioni vegetali in ambito urbano, che parla in modo inequivocabile: tra i divieti imposti ai Comuni rientrano il capitozzare, il danneggiare e il mutilare alberi e siepi. La norma non lascia spazio a interpretazioni creative o scorciatoie operative: gli alberi sono patrimonio pubblico e come tale vanno gestiti, tutelati e curati. Senza mutilazioni.
Eppure, se c’è una città che questo dibattito lo conosce bene, dicevamo, è Corigliano-Rossano. Qui il verde urbano racconta una storia fatta di scelte sbagliate stratificate negli anni, di progettazioni urbanistiche miopi e di interventi che hanno spesso prodotto più danni che benefici. Insomma, una guerra silenziosa combattuta contro gli alberi, anziché insieme a loro.
Tutto comincia dalle scelte di impianto. Perché per lungo tempo, nelle nuove lottizzazioni e nei progetti di “arredo urbano”, si è preferito puntare su specie ornamentali esotiche, scenografiche, dall’impatto immediato, ma del tutto inadatte ai contesti urbani mediterranei. Alberi con radici superficiali e aggressive, incapaci di convivere con strade, marciapiedi e sottoservizi. Il risultato lo vediamo ogni giorno: asfalti sollevati, pavimentazioni distrutte, reti danneggiate e costi pubblici che crescono nel tempo. Il tutto mentre si sarebbero potute scegliere specie autoctone, più resilienti, più identitarie e anche economicamente più sostenibili. Gli agrumi, per esempio, che in questo territorio non sono solo piante, ma cultura, paesaggio, storia.
Non è un caso se uno degli esempi più belli – e più dimenticati – è il viale agrumato di via Ceravolo, in zona Sant’Angelo. Un’idea intelligente e profondamente mediterranea: arance come elemento urbano, capaci di raccontare un’identità. Oggi, però, quel viale è lasciato a sé stesso, privo di una vera strategia di cura e valorizzazione. Una metafora perfetta di come spesso il verde venga trattato: piantato, fotografato, inaugurato e poi abbandonato.
A questo si aggiunge il capitolo forse più delicato: quello delle potature “di sicurezza”, spesso rapide, economiche e giustificate con la necessità di tutelare l’incolumità pubblica. È qui che la parola “manutenzione” si è trasformata negli anni - e non si capisce ancora in base a quale criterio, nonostante abbiano provato a spiegarcelo - in vera e propria mutilazione. Tagli netti, drastici, che cancellano la chioma, eliminano l’apice e stravolgono la struttura dell’albero. Operazioni che vengono spacciate per potature, ma che in realtà sono capitozzature.
E la capitozzatura, è bene ribadirlo e senza fraintendimenti, non è una tecnica di potatura. È un danneggiamento grave, come spiegano da anni i manuali tecnici e i vademecum di arboricoltura. Un albero capitozzato perde gran parte della sua capacità di nutrirsi, reagisce producendo rami fragili e disordinati, diventa più vulnerabile a malattie e funghi e, paradossalmente, più pericoloso nel tempo. Senza contare il danno estetico: un albero così non tornerà mai più alla sua forma naturale.
C’è, inoltre, un equivoco di fondo che va finalmente smontato: la sicurezza non si ottiene mutilando gli alberi. Si ottiene curandoli, monitorandoli, intervenendo in modo mirato e competente. La stessa legge regionale lo chiarisce: la potatura ammessa è quella limitata alle parti secche, lesionate o realmente pericolose, effettuata sulla base di valutazioni tecniche e autorizzazioni precise. Tutto il resto è abuso, oltre che violazione normativa. E questo vale anche per molti alberi che negli ultimi anni sono stati abbattuti in città, da contrada Pennino a Schiavonea, in nome della sicurezza.
Ripetiamo - tutti insieme - gli alberi, se sono malati (o pericolanti), si curano! Sicuramente non si abbattono né si riducono in legna da ardere. A proposito, le tonnellate di legna prodotte dai tagli di "sicurezza" avvenute in questi mesi che fine hanno fatto? Che profitto hanno prodotto? E, soprattutto, a chi lo hanno prodotto?
Scrivere queste righe oggi non serve ad alimentare l’ennesima polemica, ma semmai a prevenirla. Perché ogni anno il copione è lo stesso: interventi discutibili, proteste dei cittadini, spiegazioni tardive, rimpalli di responsabilità. Basterebbe poco per evitarlo: rispettare la legge, ascoltare la scienza, affidarsi a competenze vere.
E ricordare, una volta per tutte, che capitozzare non è potare. È vietato. È dannoso. Ed è una pratica che una città come Corigliano-Rossano, se vuole davvero crescere in consapevolezza, non può più permettersi.