«La tomba di mio figlio è sparita dal cimitero». Madre denuncia: dieci anni di processo e nessuno sa dove sono i resti
La lettera di Carmen Florea alla nostra redazione: sepoltura ortodossa cancellata durante lavori per nuovi loculi, indagini durate anni ma il reato è prescritto. «Voglio solo sapere dove riposa mio figlio»
CORIGLIANO-ROSSANO - Una lettera carica di dolore, dignità e richiesta di verità. È quella che Carmen Florea ha voluto inviare alla nostra redazione per raccontare una vicenda che definisce «una ferita che non potrà mai rimarginarsi».
La donna affida alle sue parole una storia che riguarda la perdita più grande per una madre e, insieme, un’angoscia che dura da anni: non sapere dove riposano i resti del proprio figlio.
«Ho sempre messo gli altri al centro, ho combattuto contro le ingiustizie e ho affidato ogni respiro alla preghiera – scrive – ma oggi la mia fede vacilla davanti a un muro di silenzio che mi ha cancellato il passato».
Il figlio era stato sepolto secondo la tradizione ortodossa. Per anni Carmen Florea ha continuato a recarsi al cimitero per raccogliersi in preghiera, fino a quando, sette anni dopo la sepoltura, si è trovata davanti a una scoperta sconvolgente: la tomba non esisteva più.
Secondo quanto racconta nella sua lettera, il Comune - all'epoca non esisteva ancora la città unica - avrebbe avviato lavori per la costruzione di nuovi loculi proprio in quel settore del cimitero, senza però informarla.
«Quando sono tornata – racconta – ho scoperto l’inimmaginabile: la tomba di mio figlio era sparita. Da quel giorno non so più dove sia la sua bara, né dove siano finiti i suoi resti».
Da quel momento è iniziata una lunga battaglia giudiziaria durata dieci anni: cinque anni di indagini e altri cinque di processo.
Un percorso estenuante che, però, non ha portato alla verità che la madre cercava. Il procedimento si è infatti concluso con la prescrizione del reato.
«Oggi nessuno ha pagato per questa profanazione – scrive – mentre io sono condannata a vita a non avere un posto dove piangere mio figlio».
Per Carmen Florea non si tratta soltanto di un errore amministrativo o di una disattenzione burocratica. Nella sua lettera parla apertamente di una violazione di diritti fondamentali: il rispetto per i defunti, la libertà di culto e la dignità della memoria.
«Mi hanno cancellato il passato e tolto il diritto di restare legata a ciò che restava di mio figlio».
Alla nostra redazione la donna affida soprattutto una richiesta: far conoscere questa vicenda e ottenere finalmente una risposta.
«Non cerco vendetta – conclude – ma la verità. Voglio sapere dove sono i resti di mio figlio. Non posso accettare che la giustizia lumaca metta una pietra sopra una tomba che non esiste più».
Una testimonianza che resta come un grido di dolore, ma anche come un appello alle istituzioni affinché venga fatta piena luce su una vicenda che continua a lasciare interrogativi e sofferenza.