Il viadotto che sfida mare e montagna: il “bipiano” della nuova SS106 diventa il vero simbolo del Megalotto 3
A Roseto Capo Spulico prende forma il viadotto Annunziata, un serpentone d’acciaio lungo un chilometro sospeso tra costa, ferrovia e montagna: la soluzione ingegneristica che sblocca il corridoio Sibari-Roseto della nuova Statale 106
CORIGLIANO-ROSSANO - C’è un punto dell’Alto Jonio calabrese dove la geografia per lunghissimo tempo sembrava volesse dire no alle grandi infrastrutture. Da una parte il mare, dall’altra la montagna. In mezzo una striscia sottilissima di terra dove già scorrono la ferrovia e l’attuale Statale 106.
Uno spazio così stretto che far passare una nuova arteria a quattro corsie sembrava quasi impossibile. Ed è stato questo il dilemma per decenni, tanto che il primo blocco dell'ammodernamento della SS106 a sud di Taranto, spingendosi fino a Montegiordano, si fermo proprio al "muro" di Roseto, le ultime propaggini costiere del Pollino che arrivano fino al mare. Una buona scusa che per tanti anni, appunto, tenne bloccato lo sviluppo dell'arteria.
Poi arrivò Webuild, i suoi tecnici, arrivò la volontà vera di completare il corridoio Adriatico-Jonio-Tirreno e anche quella narrazione riuscì a cambiare.
Proprio lì, infatti, tra le curve della costa che guardano il Castello Federiciano di Roseto Capo Spulico, sta prendendo forma una delle opere più spettacolari del terzo Megalotto della SS106: il viadotto Annunziata.

Da mesi celebriamo il viadotto Avena come l'opera-meraviglia di quei 38 km che separano la Piana di Sibari dalle propaggini del metapontino. E il viadotto Avena, per le sue forme scandite e nette, ma allo stesso tempo poco invasive del territorio, nonostante l'imponenza che lo porta a 80 metri di quota, in realtà è un'opera simbolo. Ma proabilmente non la più emblematica.
Già perché se proprio c'è un'opera che vale davvero il costo dell'opera è proprio il viadotto Annunziata, un chilometro di acciaio e cemento che, nelle sue ultime fasi di costruzione, appare come un lungo serpentone sospeso sul mare, capace di infilarsi in quella che i tecnici chiamano una vera e propria strozzatura morfologica.
La soluzione? Un’idea tanto semplice quanto geniale: il viadotto bipiano.

Sotto scorre la carreggiata nord verso Taranto, sopra quella sud verso Reggio Calabria. Due livelli sovrapposti che permettono alla nuova arteria di avanzare dove lo spazio fisico semplicemente non esiste. Niente lunghe gallerie nella montagna, difficili da realizzare in quel tratto fragile di costa, ma un’infrastruttura verticale che sfrutta ogni centimetro disponibile.
È una delle firme ingegneristiche del progetto elaborato dai tecnici di Webuild, guidati dall’ingegnere Salvatore Lieto, amministratore unico di Webuild Sirjio e progettista dell’opera. Un’architettura infrastrutturale che riesce a coniugare funzionalità, sicurezza e impatto ambientale contenuto, nonostante la delicatezza del contesto paesaggistico.
Perché qui non siamo in un luogo qualsiasi. Siamo in uno dei tratti più suggestivi della costa ionica calabrese, dove il mare si insinua tra le rocce e le torri medievali guardano l’orizzonte.
Eppure, vista da lontano, la struttura del viadotto non schiaccia il paesaggio: lo attraversa.
Il risultato è un’infrastruttura che non è solo un pezzo di strada, ma un simbolo del più grande intervento viario oggi in corso nel Sud Italia. Il Megalotto 3 della Statale 106, il tratto che collegherà Sibari a Roseto Capo Spulico, connettendo a sud la SS534 e l’autostrada e a nord la 106 ammodernata verso Taranto.
Un corridoio strategico che per la Calabria ionica significa sicurezza stradale, velocità nei collegamenti e nuova competitività territoriale.
E mentre i cantieri avanzano lungo la costa, la storia di questa infrastruttura è arrivata anche lontano dalla Calabria. In questi giorni a Milano, nella mostra fotografica “Evolutio” organizzata da Webuild, i grandi cantieri italiani vengono raccontati attraverso le storie di chi li costruisce.
Tra queste c’è anche quella del Megalotto 3.
Una storia racchiusa nelle parole di Natale Corina, tecnico dell’ufficio della SS106, la cui testimonianza campeggia tra le immagini della mostra: «Sono un figlio d’arte: mio padre mi ha trasmesso la passione per il cantiere. Oggi, con la Scuola dei Mestieri, i giovani hanno vicino persone che insegnano volentieri il mestiere».
È la dimensione meno visibile delle grandi opere: le persone. Tecnici, operai, ingegneri, progettisti che trasformano un tratto di costa impossibile in una strada che cambierà il volto della mobilità ionica.
E così, mentre il viadotto Annunziata prende forma tra mare e montagna, l’impressione è che questo serpentone d’acciaio non sia soltanto un ponte. È un passaggio verso il futuro della SS106 ma soprattutto l'emblema di come anche in Calabria si possa osare di più. Serve solo un esercizio di consapevolezza.