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Calabria nord-est a pezzi: a Crotone piangono i voli e a Cosenza vogliono rallentare il Frecciarossa Sibari-Bolzano

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CORIGLIANO-ROSSANO - C’è qualcosa di profondamente stonato, quasi masochistico, nelle due notizie che arrivano in queste ore dall’altra Calabria. Non sono soltanto due vicende di trasporti. Sono molto di più. Sono il racconto di una regione che continua a muoversi a colpi di campanile, senza una visione, senza un disegno, senza la minima idea di sistema.

La prima scena arriva da Crotone. Il Comitato cittadino che difende l’aeroporto torna a lanciare l’allarme: i voli non crescono, alcune tratte restano in bilico, altre rischiano di sparire. Treviso, Bergamo, Roma, Torino. Rotte che si accendono, si spengono, si ridimensionano. E allora scatta l’appello alla mobilitazione, alle manifestazioni, alla protesta pubblica per difendere lo scalo pitagorico.

Una preoccupazione legittima. Ci mancherebbe. Ma c’è un dettaglio che sembra sfuggire completamente alla discussione: gli aeroporti non si difendono con gli appelli. Gli aeroporti si difendono con i passeggeri.

E i passeggeri arrivano solo se esistono le condizioni per arrivare in aeroporto. È una legge non scritta del trasporto aereo, ma è più semplice di quanto sembri. Le compagnie — soprattutto le low cost — non fanno filantropia territoriale. Se un aereo vola mezzo vuoto, la tratta sparisce. Punto.

Il vero bacino è la Calabria del nord-est

Ed è qui che il ragionamento si inceppa. Perché l’aeroporto di Crotone, piaccia o no, ha un bacino demografico limitato. La vera massa critica, quella che può riempire gli aerei, non è dentro la provincia crotonese. È più a nord. È nella fascia jonica che va da Cariati a Rocca Imperiale passando per la Sila Greca, il Pollino costiero e Corigliano-Rossano. È qui che vivono centinaia di migliaia di potenziali passeggeri degli aerei a Crotone. Il perché – a maggior ragione - non si spinga per un aeroporto nella Sibaritide, infatti, resta ancora un mistero. Ma se ci fossero connessioni idonee, europee, con Crotone (e se Crotone prima o poi non venisse fagocitato da Catanzaro/Lamezia terme) anche Sibari potrebbe alzare le mani e “volare da Crotone”.

Il deserto infrastrutturale della Statale 106

Il problema è che tra quel bacino e l’aeroporto c’è un deserto infrastrutturale. Tra Corigliano-Rossano e Crotone ci sono poco più di settanta chilometri. Settanta chilometri che nel resto d’Italia (e della Calabria) si percorrerebbero in quaranta minuti. Qui diventano un viaggio di quasi due ore, lungo una Statale 106 che continua a essere una delle arterie più lente e pericolose del Paese.

E allora viene da chiedersi: perché nessuno combatte questa battaglia? Perché i Comitati pro-aeroporto non alzano la voce per pretendere l’ammodernamento della 106 tra la Sibaritide e Crotone? Perché non chiedono con forza la realizzazione della lunetta ferroviaria di Sibari, che consentirebbe ai treni veloci di entrare sulla linea jonica? Perché non rivendicano un collegamento ferroviario rapido tra la stazione di Sibari e quella di Crotone-Isola Capo Rizzuto, la più vicina all’aeroporto?

Tre interventi semplici da capire. Tre interventi che cambierebbero davvero la storia dello scalo pitagorico. Invece no, la discussione resta ferma ai voli che mancano. È un po’ come lamentarsi che il ristorante è vuoto senza preoccuparsi di aprire la porta.

Il caso Frecciarossa e la mozione Greco

La seconda notizia arriva invece dalla politica regionale. E qui il paradosso diventa quasi grottesco.

Il consigliere regionale Orlandino Greco ha annunciato una mozione per chiedere che il Frecciarossa Sibari-Bolzano — l’unico vero treno veloce che collega la fascia jonica calabrese al resto d’Italia — effettui una fermata anche alla stazione di Castiglione Cosentino.

L’obiettivo dichiarato è collegare meglio l’area urbana di Cosenza e l’Università della Calabria all’alta velocità. Una richiesta che, letta dal punto di vista locale, può anche apparire sensata. Il problema è che letta nel sistema trasporti è semplicemente devastante.

Quando l’alta velocità diventa un treno lento

Perché quel treno non è uno qualunque. È l’unico Frecciarossa che parte dalla Calabria del nord-est e che collega direttamente la fascia jonica con l’Italia del nord. Un servizio già lungo, già complesso, già fragile.

Trasformarlo in un treno con fermate aggiuntive significa inevitabilmente allungare i tempi di percorrenza. Significa snaturare la funzione stessa dell’alta velocità. Un Frecciarossa non è un regionale veloce. Non è un Espresso interregionale. È un treno che deve accorciare le distanze. Punto.

Se lo si trasforma in un treno che ferma ovunque, con due cambi banco in appena trenta chilometri, l’effetto è uno solo: diventa un treno lento che non serve più a nessuno.

La Calabria che non si pensa come sistema

Ed è qui che il quadro diventa davvero emblematico. Da una parte c’è chi si lamenta perché gli aerei non si riempiono. Dall’altra c’è chi propone di rallentare l’unico treno veloce che esiste.

Due notizie diverse. Un solo filo conduttore: la totale assenza di visione e di consapevolezza.

In Calabria ogni territorio continua a muoversi come se fosse un piccolo feudo. Ognuno difende il proprio pezzo di infrastruttura. Ognuno chiede qualcosa per sé. Nessuno costruisce un disegno complessivo.

E così succede che invece di chiedere più treni veloci, si discute di rallentare quelli che esistono. Invece di creare le condizioni per riempire gli aeroporti, si protesta per le rotte che spariscono.

La Sibaritide e l’istmo produttivo del Mezzogiorno

Ma il vero problema non sono i trasporti. Il problema è che la Calabria continua a non pensarsi come sistema. E questo è ancora più grave se si guarda alla geografia della regione.

Perché la Calabria del nord-est — la Sibaritide, la fascia jonica cosentina, il Pollino — non è un territorio marginale. È, al contrario, uno dei punti più strategici del Mezzogiorno. È la cerniera naturale tra l’Italia e l’Italia mediterranea. È il punto di contatto tra la dorsale adriatica e quella tirrenica. È uno snodo logistico potenziale strategico tra Sud e Centro Italia.

Lo ha spiegato con chiarezza, nelle settimane scorse, anche l’economista Giovanni Soda: questa area potrebbe diventare l’istmo produttivo del Mezzogiorno, il punto di connessione tra le economie del Sud e le grandi direttrici nazionali.

Il campanile che blocca lo sviluppo

Ma per farlo - dicevamo - serve una visione. Servono infrastrutture moderne. Servono collegamenti ferroviari veloci. Servono strade efficienti. Servono politiche di sistema. Che non possono essere rivendicate dai singoli ma serve una spinta collettiva, regionale.

Invece continuiamo a muoverci come se ogni città fosse un’isola. Crotone che guarda solo a Crotone. Cosenza che guarda solo a Cosenza. Con la Sibaritide che invece e molto spesso resta senza voce.

E nel frattempo il risultato è sotto gli occhi di tutti: Aeroporti che faticano a sopravvivere; treni veloci che diventano lenti; territori che si fanno concorrenza invece di collaborare.

Insomma, viviamo arroccati al campanile che negli ultimi decenni ha prodotto più divisioni che sviluppo. Che ha lasciato intere aree della Calabria senza infrastrutture e senza peso politico. E che nella Calabria del nord-est ha avuto un effetto devastante, contribuendo a un lento ma costante depauperamento economico, sociale e amministrativo.

Il paradosso è che le soluzioni sarebbero persino semplici.

Se l’area urbana di Cosenza ha bisogno di un Frecciarossa, se ne chieda un altro con capolinea lì. Se l’aeroporto di Crotone deve vivere, si costruiscano le infrastrutture che portano i passeggeri.

Un aeroporto che protesta perché mancano i voli. Un Frecciarossa che rischia di diventare un treno locale. E una regione intera che, mentre discute di fermate e campanili, continua a perdere terreno rispetto al resto del Paese.

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.