Dispersione scolastica: il problema nasce molto prima delle scuole superiori
La pedagogista Teresa Pia Renzo lancia l’allarme: «Troppi ragazzi arrivano adolescenti senza strumenti adeguati. L’abbandono scolastico è il sintomo di un fallimento educativo che parte dall’infanzia»
CORIGLIANO-ROSSANO – «Quando un ragazzo lascia la scuola, molto spesso non sta rinunciando all’istruzione in quel momento. Sta semplicemente mostrando un disagio educativo che esiste da anni». Parte da qui la riflessione della pedagogista Teresa Pia Renzo sul tema della dispersione scolastica, fenomeno che continua a rappresentare una delle emergenze sociali più profonde anche nei territori della Calabria del nord-est.
Per Renzo, da oltre vent’anni impegnata nella formazione della prima infanzia e nella progettazione educativa e sociale, il vero nodo non è più soltanto l’assenza di servizi o di interventi pubblici.
«Oggi i progetti esistono – spiega –. I territori hanno strumenti, servizi educativi, percorsi domiciliari, interventi finanziati dal PNRR e dai fondi europei. Il problema vero è che troppi ragazzi arrivano alle scuole superiori con fragilità formative accumulate nel tempo». Secondo la pedagogista, il collasso educativo emerge soprattutto dopo i quattordici anni, quando gli studenti si confrontano con discipline più complesse e con una scuola che richiede competenze consolidate.
«Molti adolescenti – sottolinea – non possiedono strumenti adeguati in italiano, matematica o inglese. E allora la scuola diventa frustrazione, senso di inadeguatezza, insuccesso».
Da qui, spesso, l’abbandono. Una scelta che in alcuni casi nasce da difficoltà economiche familiari, ma che più frequentemente – osserva Renzo – deriva da un percorso educativo che non è riuscito a costruire basi solide nei primi anni di vita.
È proprio sull’infanzia che la pedagogista concentra la sua analisi. «Nei primi tre anni di vita si sviluppano competenze cognitive, emotive e relazionali fondamentali. L’asilo nido non può essere considerato un semplice servizio assistenziale ma il primo tassello di un sistema educativo».
Secondo Renzo, è in quella fase che si costruiscono capacità di apprendimento, autonomia, gestione emotiva e relazione con il mondo esterno. La riflessione tocca anche il rapporto tra famiglie e servizi educativi.
«Molte famiglie iniziano percorsi di sostegno ma poi si allontanano – osserva –. Spesso per paura, diffidenza o mancanza di consapevolezza rispetto all’importanza di questi strumenti».
Per la pedagogista, il punto più critico resta però la corresponsabilità educativa. «Non si può chiedere alla scuola di risolvere tutto se poi mancano autorevolezza, strumenti e collaborazione educativa».
E il rischio finale è quello di alimentare un circuito sociale pericoloso: ragazzi che lasciano precocemente gli studi per entrare nel mercato del lavoro senza qualifiche, spesso in occupazioni precarie, sottopagate e prive di prospettive.
«Dall’abbandono scolastico nasce il lavoro povero – conclude Renzo –. Ed è una catena che dobbiamo interrompere molto prima che esploda».