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Cóciala cúmu vúe, sémpe cucúzza é

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La frase arrivò alla fine di un'interrogazione di matematica, quando anche la pazienza del professore sembrava avere raggiunto il suo limite. «Cóciala cúmu vúe, sémpe cucúzza é».

Eravamo ragazzi e, naturalmente, non potevamo cogliere fino in fondo la forza di quelle parole. Ci fece sorridere. Forse qualcuno rise apertamente. Ma il professore non stava semplicemente facendo una battuta su un'interrogazione andata male. Aveva trovato, nel repertorio della saggezza popolare, il modo più diretto per descrivere una situazione che tutti conoscevamo.

Il destinatario di quella frase era un nostro compagno di classe. Era quello che, con il linguaggio dei ragazzi di allora, avremmo semplicemente definito un «testone».

Oggi quella parola mi sembra insufficiente. «Testone» dice della cocciutaggine, della difficoltà a cambiare idea. Ma in lui c’era qualcosa di più: la convinzione di avere quasi sempre ragione e, soprattutto, la difficoltà ad accettare che gli altri potessero pensarla diversamente. Essere pieni di sé non significa soltanto avere una buona considerazione della propria persona. Significa, piuttosto, occupare tutto lo spazio disponibile con se stessi, con le proprie convinzioni, con il proprio modo di vedere le cose. Significa lasciare poco spazio a ciò che viene dagli altri: all'ascolto, al dubbio, alla possibilità che qualcuno possa avere qualcosa da insegnarci.

Quel nostro compagno sembrava avere sempre una risposta, anche quando non conosceva la domanda. E, soprattutto, sembrava non avere mai bisogno di una risposta diversa dalla propria.

Con i compagni il rapporto era difficile. Nonostante la buona volontà di tutti, era complicato instaurare con lui una relazione normale, fatta di dialogo, reciprocità e comprensione. Ogni tentativo sembrava scontrarsi contro una barriera. Non aiutava il modo di parlare. Il linguaggio era spesso duro, talvolta apertamente offensivo, come se per sostenere le proprie ragioni fosse necessario alzare il tono, colpire l'interlocutore, sminuirlo. Una discussione, invece di essere un'occasione per confrontare idee diverse, diventava facilmente una sfida nella quale qualcuno doveva necessariamente avere torto e qualcun altro ragione. E forse era proprio questa la cosa più difficile.

Non sembrava sufficiente che gli altri avessero un'opinione diversa: quella diversità veniva spesso vissuta come un attacco. C'era la sensazione che intorno a lui ci fossero persone pronte a criticarlo, a metterlo in difficoltà, quasi a procurargli del male. Anche una semplice osservazione poteva trasformarsi in un motivo di diffidenza. Quando ogni parola viene interpretata come un'offesa e ogni dissenso come una minaccia, il confronto diventa praticamente impossibile. Per discutere davvero, infatti, bisogna accettare una cosa molto semplice: l'altro può avere ragione.

Non sempre, naturalmente. Ma può averla. E bisogna anche accettare di poter sbagliare. Con gli insegnanti non andava meglio. E forse fu proprio durante quell'interrogazione che il professore capì che non era più soltanto una questione di matematica. Il problema non era soltanto non sapere una formula o non aver compreso un procedimento. Il problema era non riuscire ad accettare di non sapere.

Ed è una differenza enorme. Perché non sapere qualcosa è una condizione normale. Nessuno nasce sapendo tutto e nessuno, per quanto intelligente possa essere, può conoscere ogni cosa. Il vero ostacolo alla conoscenza arriva quando si è convinti di non aver bisogno di conoscere altro.

È lì che la pienezza di sé diventa una prigione. Perché chi si sente sempre al di sopra degli altri finisce per non avere più interlocutori, ma soltanto avversari. Chi è convinto che ogni critica nasconda un'intenzione ostile non riesce più a distinguere un attacco da un consiglio. Chi considera la propria opinione come misura di tutte le cose perde progressivamente la capacità di ascoltare.

E allora anche le buone intenzioni degli altri possono essere lette nel modo sbagliato. Puoi cercare di spiegare. Puoi cambiare tono. Puoi essere paziente oppure severo. Puoi provare a convincere, a incoraggiare, a correggere. Puoi persino cambiare le condizioni intorno a una persona.
Ma se quella persona non accetta di mettersi in discussione, la sostanza rimane la stessa.

«Cóciala cúmu vúe, sémpe cucúzza é». Cuocila come vuoi, è sempre zucca.

È una metafora semplice, quasi elementare, e proprio per questo sorprendentemente efficace. La zucca puoi cucinarla in molti modi. Puoi aggiungere condimenti, puoi presentarla diversamente, puoi tentare di renderla più appetibile. Ma non puoi pretendere che, soltanto cambiando il modo di prepararla, diventi qualcos'altro.

Con le persone, naturalmente, il discorso è diverso. Gli esseri umani possono cambiare. Possono maturare, riconoscere i propri errori, correggersi, imparare dagli altri. Ma possono farlo soltanto se sono disposti a lasciar entrare qualcosa che prima non c'era. Un dubbio. Una domanda. Un consiglio. Una critica.

Persino un rimprovero.

La pienezza di sé, invece, rischia di essere una stanza senza finestre. Non perché fuori non ci sia nulla da vedere, ma perché chi vi abita non sente il bisogno di guardare. E forse il proverbio, proprio per questo, non dovrebbe farci pensare soltanto agli altri. Perché tutti, in qualche misura, possiamo diventare quella zucca. Può accadere quando siamo così sicuri delle nostre ragioni da non verificarle più. Quando una critica ci irrita soltanto perché mette in discussione l'immagine che abbiamo di noi. Quando confondiamo l'autostima con la superiorità, il carattere con l'arroganza, la fermezza con l'incapacità di ascoltare. La vera forza, forse, comincia proprio quando riusciamo a fare un passo indietro e ad ammettere che qualcuno può insegnarci qualcosa. Che possiamo avere torto. Che non abbiamo sempre la risposta. Che gli altri, qualche volta, hanno ragione.

Il nostro compagno di scuola apparteneva a un'altra epoca della nostra vita. Non so che persona sia diventato, né se abbia conservato quel carattere. E, in fondo, non è questo che conta. Conta ciò che quella frase ha lasciato. Certi proverbi sembrano piccoli, quasi innocenti, e invece contengono una saggezza che il tempo non consuma. Nascono da situazioni concrete, da persone reali, da momenti apparentemente banali. Poi, con gli anni, cambiano significato e finiscono per parlare anche di noi.

«Cóciala cúmu vúe, sémpe cucúzza è».

Da ragazzi poteva sembrare soltanto una battuta pronunciata da un professore esasperato alla fine di un'interrogazione di matematica. Oggi, a distanza di tanti anni, quella stessa frase può diventare una domanda: quanto spazio occupiamo dentro noi stessi? E soprattutto, quanto ne lasciamo agli altri? Perché una persona può cambiare, eccome. Può cambiare quando accetta di ascoltare, quando si lascia correggere, quando trova dentro di sé lo spazio per accogliere qualcosa che viene da fuori.

Ma se quello spazio è già tutto occupato dall'io, non entra più niente. E allora resta soltanto la saggezza antica di quella frase, semplice e spietata come sanno essere i proverbi: «Cóciala cúmu vúe, è sémpe cucúzza».

di Franco Emilio Carlino

 

 

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.