15 ore fa:Laghi di Sibari, sicurezza e rilancio dopo l’alluvione: AssoLaghi incontra gli associati
13 ore fa:Amendolara, un viaggio tra letteratura e vita con “Riabitare i classici”
Adesso:‘A vúcca è ‘na ricchízza...
19 ore fa:Morano, l’arpa creativa di Adriano Sangineto risuona nel Chiostro San Bernardino
16 ore fa:Caso Bifano, il GIP si riserva: Scintu resta in attesa della decisione sulla convalida
15 ore fa:Ospedale di Castrovillari, De Gaio: «Emodinamica H24 e nuovo Pronto soccorso, servono risposte»
16 ore fa:Il grande Tennis a Rossano: al via la Clinic di Alto Rendimento con i tecnici Nociti e Ostuni
17 ore fa:Castrovillari si racconta: una passeggiata tra storia, leggende e colori del mondo
1 ora fa:Violenza sulle donne, la Calabria rafforza la rete antiviolenza: oltre 5 milioni per servizi, autonomia e inclusione
18 ore fa:Trebisacce si prepara alla notte delle bellezze: torna la Finalissima di Miss Calabria

‘A vúcca è ‘na ricchízza...

5 minuti di lettura

Ci sono proverbi che sembrano appartenere soltanto al passato e che, invece, hanno la straordinaria capacità di attraversare il tempo e di tornare a parlarci proprio quando pensiamo che quel mondo sia ormai lontano. Sono parole nate in una società semplice, fatta di terra, lavoro, fatica e osservazione.

Parole che spesso non avevano bisogno di spiegazioni, perché dietro di esse c’era un’esperienza vissuta, una situazione concreta, qualcosa che tutti potevano comprendere.

Uno di questi proverbi è: «‘A vúcca è ‘na ricchízza». La bocca è una ricchezza.

L’ho sentito pronunciare da mio padre molti anni fa, alla Chiusa, la nostra proprietà in campagna, quando ero adolescente. E solo oggi, ripensando a quella scena, mi rendo conto di quanto quella frase fosse più profonda di quanto potesse sembrare allora. Per capire veramente cosa significhi, però, bisogna conoscere la storia dalla quale, almeno per me, quella frase ha preso vita.

Mio padre, dopo il suo normale lavoro di segantino, era solito recarsi in campagna. Non ci andava soltanto perché c’erano cose da fare. Quelle ore trascorse alla Chiusa erano per lui un altro modo di vivere il tempo. Dopo una giornata di lavoro, tornava alla terra, agli alberi, alle piante, agli animali, alle piccole incombenze della campagna. Faceva quelle cose che gli piacevano e che, forse, gli permettevano semplicemente di ritrovare se stesso.

La Chiusa era anche questo: un luogo dove guardare le cose con calma.

Un giorno, arrivato in campagna, si accorse che la grande quercia che si affacciava sul vallone era particolarmente carica di ghiande. Era una quercia maestosa già di suo. Cresceva sul pendio e, guardandola dal basso, sembrava ancora più grande, quasi imponente. Quell’anno, poi, i suoi rami erano talmente pieni di ghiande da dare l’impressione di una ricchezza fuori dal comune.

Mio padre pensò che una parte di quella produzione avrebbe potuto essere venduta. Per capire quanto realmente se ne potesse ricavare, decise allora di rivolgersi a una persona che, all’epoca, era considerata esperta del settore. Una di quelle persone alle quali la comunità riconosceva competenza ed esperienza.

L’esperto venne alla Chiusa. Guardò la quercia. La osservò con attenzione e, dopo averla valutata, formulò una stima sulla quantità di ghiande che, secondo lui, si sarebbe potuta ricavare. Una stima molto generosa. Forse troppo.

Mio padre ascoltò senza discutere. Ascoltava, osservava e poi si faceva la propria idea. In questo caso aveva una percezione diversa di quella che era la reale consistenza del raccolto. Evidentemente, quella valutazione non coincideva con ciò che lui vedeva davanti ai propri occhi. Ebbe con lui un confronto pacato. Nessuna discussione accesa, nessuna polemica. Semplicemente, ascoltò la valutazione, la confrontò con ciò che vedeva e decise che quella stima approssimativa non era credibile. Così, con la semplicità che gli era propria, liquidò la questione con una frase che in quel momento sembrava quasi una battuta:

«‘A vúcca è ‘na ricchízza». La bocca è una ricchezza.

Allora quella frase mi sembrò semplicemente un modo ironico per dire che parlare è facile, soprattutto quando non bisogna poi dimostrare ciò che si è detto. Oggi, invece, mi sembra contenere una saggezza molto più ampia. Perché la bocca è davvero una ricchezza. Con la bocca possiamo raccontare, spiegare, convincere, consolare. Possiamo trasmettere ciò che abbiamo imparato, testimoniare ciò che abbiamo visto, condividere ciò che sappiamo. Ma proprio per questo la parola ha un valore. E tutto ciò che ha un valore può essere usato bene oppure male. Si può parlare perché si sa. Si può parlare perché si è visto. Si può parlare perché si è verificato. Ma si può anche parlare perché si presume di sapere.

Ed è qui che quel vecchio proverbio, nato in un mondo contadino e apparentemente lontanissimo dal nostro, diventa sorprendentemente moderno. Basta guardarsi intorno. Viviamo in un tempo nel quale tutti possono parlare di tutto. La parola è diventata immediata, disponibile, velocissima. Basta un telefono per esprimere un’opinione e raggiungere, in pochi secondi, un numero enorme di persone.

Non è necessario conoscere un argomento per parlarne. Non è necessario averlo studiato. Non è necessario aver assistito ai fatti. E, cosa ancora più singolare, non è nemmeno necessario avere dubbi.

Anzi, sembra quasi che il dubbio sia diventato una debolezza e che la sicurezza, anche quando non è sostenuta da alcuna conoscenza, venga considerata una qualità.

Così assistiamo ogni giorno a interminabili pontificati digitali. Ognuno sembra avere una risposta per tutto, una spiegazione per ogni cosa, una sentenza pronta per ogni avvenimento.

Non basta più dire: «Io la penso così». Bisogna spesso dimostrare che chi la pensa diversamente non ha capito nulla. Non basta esprimere un’opinione. Bisogna trasformarla in una verità. E non basta conoscere un fatto. Bisogna raccontarlo come se lo si conoscesse meglio di chiunque altro.

È curioso che proprio nell’epoca nella quale abbiamo a disposizione una quantità enorme di informazioni sia diventato così difficile pronunciare una frase semplicissima: «Non lo so».

Eppure forse anche il non sapere è una forma di intelligenza. Anzi, qualche volta è proprio il punto da cui comincia la conoscenza.

Mio padre non aveva bisogno di molte parole davanti a quella quercia. Gli bastava guardarla. Non aveva bisogno di costruire un ragionamento complicato. Conosceva la terra e aveva imparato, attraverso il lavoro, che le cose bisogna osservarle prima di giudicarle. La quercia poteva apparire ricchissima. Vista dal basso, poteva sembrare ancora più grande. I suoi rami erano pieni di ghiande. Ma una cosa è ciò che appare e un’altra è ciò che realmente si può raccogliere. E prima o poi arriva sempre il momento nel quale bisogna passare dalle parole ai fatti. Bisogna scendere dalla quercia immaginata e andare a contare le ghiande vere. È forse questa la parte della storia che oggi mi sembra più importante.

Viviamo circondati da parole, ma abbiamo sempre bisogno della realtà. La realtà non urla. Non cerca consenso. Non ha bisogno di apparire più grande di quello che è. Sta lì. Aspetta. E prima o poi presenta il conto. Anche per questo penso che la memoria dei nostri padri e delle nostre madri non debba essere considerata soltanto un ricordo privato.

Dentro quelle frasi dette quasi distrattamente, dentro quei modi di dire che ci sembravano normali, c’era spesso una conoscenza costruita attraverso la vita. Era una saggezza senza libri, ma non per questo senza cultura. Una cultura fatta di lavoro, di osservazione, di esperienza. Una cultura che insegnava che prima di parlare bisognava guardare. Prima di giudicare bisognava conoscere. Prima di vantarsi bisognava fare. E soprattutto insegnava che le parole, per avere un vero valore, devono poter resistere alla prova dei fatti. Forse è questo che oggi dovremmo recuperare di quella vecchia saggezza. Non il rimpianto di un mondo che non esiste più, ma la capacità di fermarci un momento prima di parlare. Di chiederci se ciò che stiamo per dire lo sappiamo davvero. Se lo abbiamo verificato. Se serve. Se può aiutare. Perché una parola può costruire e può distruggere. Può illuminare una realtà oppure deformarla. Può trasmettere esperienza oppure soltanto alimentare confusione. Può essere una ricchezza oppure diventare uno spreco. E allora torno con la memoria a quella giornata alla Chiusa, a mio padre davanti alla grande quercia. Penso a quella frase pronunciata quasi per scherzo e che, dopo tanti anni, continua a tornarmi in mente. «‘A vúcca è ‘na ricchízza». La bocca è una ricchezza.

Ma forse la vera saggezza contenuta in quelle parole è un’altra. La ricchezza non sta semplicemente nel poter parlare. Sta nel sapere quanto vale ciò che diciamo. Perché possiamo avere una bocca capace di parlare per ore, ma saranno sempre i fatti a stabilire quante erano davvero le ghiande. E forse, in un tempo nel quale tutti sentono il bisogno di dire qualcosa, la forma più preziosa di ricchezza è tornare a possedere anche la capacità di tacere. Guardare. Capire. E parlare soltanto quando le nostre parole hanno davvero qualcosa da aggiungere.

Come faceva mio padre davanti a quella quercia. Prima guardava. Poi pensava. E solo dopo parlava.

Forse è una lezione semplice. Ma proprio per questo, ancora oggi, preziosa.

Franco Emilio Carlino
Autore: Franco Emilio Carlino

Nasce nel 1950 a Mandatoriccio. Storico e documentarista è componente dell’Università Popolare di Rossano, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e socio corrispondente Accademia Cosentina. Numerosi i saggi dedicati a Mandatoriccio e a Rossano. Docente di Ed. Tecnica nella Scuola Media si impegna negli OO. CC. della Scuola ricoprendo la carica di Presidente del Distretto Scolastico n° 26 di Rossano e di componente nella Giunta Esecutiva. del Cons. Scol. Provinciale di Cosenza. Iscritto all’UCIIM svolge la funzione di Presidente della Sez. di Mirto-Rossano e di Presidente Provinciale di Cosenza, fondando le Sezioni di: Cassano, S.Marco Argentano e Lungro. Collabora con numerose testate, locali e nazionali occupandosi di temi legati alla scuola. Oggi in quiescenza coltiva la passione della ricerca storica e genealogica e si dedica allo studio delle tradizioni facendo ricorso anche alla terminologia dialettale, ulteriore fonte per la ricerca demologica e linguistica