Insiti, dopo quattro cerimonie sul nulla un primo passo. Ora serve l’ospedale
Domani i locali per 22 ambulatori: un inizio, non il traguardo. Stasi ci sarà, ma incalza su sottoservizi e penali. La politica ora metta nero su bianco quando arriveranno tutti i reparti
CORIGLIANO-ROSSANO – Flavio Stasi domani sarà a Insiti. Ci sarà da sindaco, perché i primi locali destinati ad accogliere 22 ambulatori del nuovo Ospedale della Sibaritide rappresentano comunque un passo avanti per la sua città. Ma esserci non significa mettere da parte le domande. E soprattutto non significa riconoscere nel taglio del nastro la consegna di un ospedale che il territorio aspetta da quasi vent’anni.
È su questo crinale che si muove l’intervento pubblicato oggi dal primo cittadino sulla sua pagina social: la disponibilità a condividere un primo risultato e la volontà di tenere aperto il conto delle responsabilità. Con una proposta politica precisa: trasformare le eventuali penali per il ritardo del concessionario in servizi sanitari, recuperando quelle prestazioni che, secondo Stasi, sono state sacrificate nella revisione del progetto.
«In molti mi chiedono se domani sarò presente alla apertura di alcuni ambulatori presso il nuovo ospedale di Insiti. La risposta è scontata: se si aprono nuove strutture in città, al netto delle perplessità tecniche e politiche, non ci sono bandiere che tengano, il sindaco è felice e presiede convintamente».
La premessa serve a sgombrare il campo dalla contrapposizione più prevedibile, quella tra chi partecipa e chi diserta. Ma forse anche a capire il livello di diottrie del primo cittadino verso il futuro di una struttura che probabilmente non ha più le vedute distopiche che mostrava appena 3 anni fa.
Ma se Stasi guarda al futuro con fiducia («sono abituato a vedere il bicchiere mezzo pieno») restano sul tavolo alcune considerazioni. Che sarebbe da immaturi non fare ma anche da stolti farle e lasciarle appese lì... nel vuoto per sola polemica fine a sé stessa.
La prima riguarda la possibilità di attivare dei servizi sanitari in assenza, «per quanto a mia conoscenza», di rete fognaria, allaccio idrico, scarico della raccolta delle acque e cose simili. «Sono fortemente convinto - scrive - che non esistano al mondo dei pazzi tanto spregiudicati da attivare dei locali sanitari in assenza di servizi primari: da Sindaco non aprirei nemmeno uno sgabuzzino in queste condizioni, figuriamoci degli ambulatori, per cui sono certo che tali problemi siano stati brillantemente superati e che questo sarà chiarito nell’ambito della richiesta documentale con cui l’Urbanistica Comunale ha già risposto alla SCA inviata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri 4 giorni fa. Considerato anche i precedenti con le procedure urbanistiche, sono certo che in questo caso sarà stata posta l’attenzione massima».
Il tono è sarcastico, è evidente. La richiesta, però, è concreta. Il sindaco attende che gli atti chiariscano come siano stati affrontati i nodi dei sottoservizi.
Poi arriva l'altro tema, quello della scadenza. «La seconda considerazione riguarda il contratto di concessione che stabilisce che il concessionario avrebbe dovuto consegnare l’ospedale in 910 giorni, cioè il 3 ottobre 2026. In caso contrario sarebbero state pesanti le penali in favore delle casse pubbliche».
È qui che il sindaco affonda sul rischio di confondere l’apertura dei primi locali con l’ultimazione dell’opera. «Non ho mai veramente pensato - ribadisce - che qualcuno potesse pensare di fare una inaugurazione di facciata solo per evitare che il concessionario paghi delle penali e quanto accadrà domani ne è la conferma. La consegna di alcuni ambulatori semivuoti, infatti, non è neanche lontanamente assimilabile alla ultimazione dei lavori previsti dal contratto e nessuno sarebbe così spregiudicato da avventurarsi in simili interpretazioni».
Insomma, la cerimonia di domani non può chiudere la partita della consegna né quella degli eventuali obblighi economici del concessionario. L’accertamento delle penali resta una questione da definire negli atti e nelle sedi competenti. Il sindaco, però, indica già quale dovrebbe essere la loro destinazione.
«Da sindaco sono abituato a vedere sempre i bicchieri mezzi pieni per cui ho una proposta per trasformare in qualcosa di positivo il grave ritardo accumulato dal concessionario: si convertano queste importanti penali, che potranno essere quantificate solo al momento di ultimazione dei lavori (che al momento non è all’orizzonte), in servizi sanitari per le comunità. Con queste penali, quindi, si ripristinino quei servizi originariamente previsti nel progetto di Ospedale e poi ignobilmente tagliati (per diminuire costi e tempi) come l’Emodinamica, la Medicina Nucleare, le tecnologie diagnostiche eccetera».
E poi la chiusa: «Chi ama e governa questa terra, infatti, ed è dotato di occhi, orecchie e parola, sa benissimo che la nostra gente ha un disperato bisogno di servizi sanitari di qualità ed un sindaco lavora solo per questo. Significa realizzare un nosocomio con le migliori attrezzature ed attraente per le migliori professionalità, senza le quali avremo realizzato un bell’edificio, ma non un nuovo ospedale. Sono certo che questi obiettivi sono comuni a tutte le istituzioni».
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E noi ripartiamo proprio da queste parole. Perché il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, stavolta, dipende anche da quanto si decide di allargare lo sguardo. Non solo la politica ma anche la comunità.
Se l’inquadratura resta sull'ipotetico nastro tricolore che domani sarà piazzato su una delle porte di servizio del nuovo nosocomio (non su quella centrale), la sproporzione è evidente. E questo perché domani non apre l’Ospedale della Sibaritide nella sua funzione di presidio ospedaliero. Questo appare chiaro a tutti. Si prende possesso di una porzione minima della struttura, destinata agli ambulatori. E vestire questo passaggio con la solennità di un traguardo rischia di caricarlo di un significato che ancora non ha. Ecco perché la passerella, probabilmente, si poteva evitare.
Ma fuori da quell’inquadratura c’è anche una storia che non possiamo cancellare. E che rimane incisa nella pietra. Quattro cerimonie, tra inaugurazioni e prime pietre, hanno accompagnato un ospedale che continuava a non esserci alimentando - dicevamo - la narrazione distopica che si ha di questa infrastruttura. Le cronache ricordano celebrazioni quando a Insiti c’erano soprattutto recinzioni e scavi. Punto.
Oggi, invece, una struttura c’è. E per quanto ancora parziale e insufficiente, il passaggio di domani avviene dentro un edificio reale. E questo lo si deve senza dubbio a Jole Santelli, da un lato che come ultimo atto - prima della sua prematura scomparsa - da governatore firmò il decreto di consegna dei lavori (veri) del nuovo presidio e lo si deve a Roberto Occhiuto che su quest'opera (propaganda o no) ci ha messo la faccia e il suo impegno. Questo piaccia o no. È così. Dopo anni trascorsi a celebrare il futuro sul nulla, un orizzonte finalmente si vede. E riconoscerlo non assolve i ritardi. Ma serve a capire quale battaglia valga la pena combattere adesso.
La presenza annunciata da Stasi e il suo richiamo a obiettivi comuni offrono un punto di partenza. Ora bisogna arrivare a un cronoprogramma certo, solido, possibile e pubblico: il completamento dei sottoservizi e il trasferimento di tutti i reparti con annessi e connessi. Una sequenza di impegni che permetta ai cittadini di sapere quando Insiti diventerà davvero il loro ospedale. E devono essere messi tutti nero su bianco.
Su questo bisogna remare nella stessa direzione, senza pretendere di intestarsi ogni metro percorso. Le responsabilità vanno accertate, le contestazioni devono ottenere risposte. Ma continuare a rovesciarsi addosso accuse, anche fondate, senza trasformarle in decisioni significa lasciare il territorio esattamente dov’è: in attesa.
E a proposito di memoria, le scadenze hanno una strana sorte: diventano elastiche quando nessuno le ricorda. Quella di domani, invece, per oltre due anni, ha avuto qualcuno che si è ostinato a tenerla davanti agli occhi di tutti. Giorno dopo giorno. Tanto che è stato difficile, arrivati fin qui, trattarla come una data qualsiasi.
Domani, dunque, può essere l’inizio di un’apertura che fino a pochi anni fa appariva ancora lontanissima. Ora tocca alla politica dimostrare che quel primo ingresso laterale potrà condurre anche fino ai reparti, alle cure, ai pazienti.
Il nastro si taglia in un attimo. L’attesa della Sibaritide dura da quasi vent’anni. Da domani si lavori per tagliare quell'attesa.