Piazza del Popolo, Schierarsi dice no al cambio di nome: «Acqua Nova appartiene alla storia di Corigliano»
L’associazione contesta l’ipotesi di intitolare la piazza a Gabriele Meligeni: «Giusto ricordarlo, ma in un altro luogo. Qui si cancellerebbe un nome radicato nella memoria collettiva»
CORIGLIANO-ROSSANO – Gabriele Meligeni merita un’intitolazione, ma non sacrificando “Acqua Nova”. È questa la posizione dell’Associazione Schierarsi Corigliano-Rossano, che interviene contro la proposta di cambiare denominazione a Piazza del Popolo, luogo che generazioni di coriglianesi continuano a identificare con il suo nome storico e popolare.
L’associazione non mette in discussione il valore dell’ex sindaco, ma chiede che la sua memoria venga celebrata attraverso l’intitolazione di un’altra strada o spazio pubblico. Il punto della contestazione è tutto nell’identità attribuita alla piazza: «Acqua Nova è un luogo conosciuto e riconosciuto da generazioni di cittadini e appartiene alla nostra storia, alla nostra cultura e alla nostra memoria».
Schierarsi richiama anche il legame religioso che, secondo la tradizione locale, unisce quel luogo alla devozione per San Francesco di Paola e al racconto del miracolo dell’acqua. Da qui la richiesta all’Amministrazione comunale e al sindaco Flavio Stasi di valutare il peso storico e affettivo della denominazione prima di assumere una decisione definitiva.
L’associazione critica inoltre quello che considera un confronto insufficiente con la cittadinanza su una scelta dal forte valore simbolico e annuncia che, qualora il cambio di nome venisse confermato, è pronta a «mobilitarsi democraticamente» per difendere la denominazione tradizionale.
A sostegno della propria posizione, Schierarsi richiama anche un intervento di Padre Giovanni Cozzolino, Minimo del Santuario di San Francesco di Paola di Corigliano, e rivolge una domanda al vescovo Maurizio Aloisio sull’opportunità di modificare il nome di un luogo considerato così profondamente legato alla storia religiosa e popolare della città.
La questione, dunque, va ben oltre una targa. È uno scontro sulla memoria urbana: quanto può cambiare una città senza perdere i nomi nei quali continua a riconoscersi?