Emodinamica a ore, Mazza: «Così la rete sanitaria diventa uno spezzatino»
La proposta del Comitato Magna Graecia: concentrare gli emodinamisti, completare le basi eliportuali e garantire collegamenti rapidi con gli Hub
CORIGLIANO-ROSSANO - La riorganizzazione della rete cardiologica calabrese non può ridursi a una distribuzione frammentaria delle prestazioni. È quanto dichiara Domenico Mazza, presidente del Comitato Magna Graecia, che critica il modello delle emodinamiche operative soltanto per poche ore e propone di concentrare gli specialisti nei presìdi strategici, potenziando parallelamente l’elisoccorso e i collegamenti rapidi con gli ospedali Hub.
Lemodinamica spezzatino
«La carenza di cardiologi emodinamisti - dice - esiste. È un dato, non un'opinione. Mancano gli specialisti. Mancano i turni per garantire la copertura piena su ogni presidio della regione. Su questo punto di partenza non c'è discussione possibile. Il problema comincia dopo. Comincia quando la scarsità, invece di imporre selezione, produce dispersione. La Regione, di fronte al vuoto di organico, non concentra: sparpaglia. Apre l'emodinamica due ore in un presidio, tre ore in un altro, qualche seduta programmata altrove. E chiama tutto questo "rete itinerante". Non è un dettaglio tecnico. È una scelta di comunicazione politica, arrivata puntualmente dopo le proteste social dei territori esclusi».
«Un'équipe che lavora a fasce orarie ridotte può smaltire liste d'attesa. Può eseguire coronarografie di controllo. Non può rispondere a un infarto. L'evento acuto non consulta il calendario dei turni prima di manifestarsi. Qui si annida il vero pericolo, e non è teorico. Distribuire mezze coperture su più sedi non riduce il rischio: lo aumenta. Genera l'illusione della sicurezza. Il cittadino crede di avere una struttura vicina, con tanto di angiografo di ultima generazione. Immagina di trovare un reparto. Trova un annuncio. La statistica, però, non si commuove davanti agli annunci. Se per l'emergenza-urgenza la sala è chiusa, quel presidio semplicemente non esiste. Vendere un laboratorio di diagnostica programmata come risposta all'emergenza-urgenza equivale a distribuire acqua fresca spacciandola per champagne. Lo si fa per intestarsi un comunicato stampa, non per salvare una vita. Non è una rete. È uno spezzatino orario travestito da presidio».
L'ambulanza rallenta, l'elisoccorso salva
«Se il criterio - osserva - deve essere geografico, bisogna ragionare sulla geografia vera della Calabria. Un decreto scritto a tavolino non la conosce. La geografia calabrese, nelle aree periferiche, ha un dato strutturale che nessuna programmazione può ignorare: la rete stradale cede da ogni lato. Affidare la sopravvivenza a un'ambulanza che deve percorrere itinerari dissestati significa affidarla al caso. Lo strumento non può essere solo il trasporto su gomma. Deve essere l'elisoccorso. La Regione ha già mappato una rete di siti da destinare a basi eliportuali H24. Alcune sono già operative, altre attendono di essere realizzate. Il problema non è l'assenza di risorse. È la lentezza nel completare un piano già avviato, mentre si trovano invece risorse per allestire inutili reparti itineranti».
«È necessario individuare ulteriori punti d'atterraggio per gli ambiti periferici: aree baricentriche raggiungibili in meno di trenta minuti dai comuni limitrofi. Da lì bisogna attuare il collegamento aereo diretto verso l'Hub di riferimento: dieci minuti di volo, non ore di percorso.
Dalla comparsa dei sintomi alla sala operatoria non dovrebbero passare più di novanta minuti. Entro quella soglia, le probabilità che il tessuto cardiaco si salvi restano alte. Oltre, calano quasi a zero. Solo l'elisoccorso può restare dentro quel margine per chi vive in Sila, sulle Serre o in Aspromonte. Aree da cui nessuna strada, per quanto rifatta, potrà mai portare all'Hub in tempo. La cardiochirurgia, va detto con chiarezza, non è ovunque. Esiste solo negli ospedali Hub. Ogni presidio Spoke, per quanto ben attrezzato, resta un anello intermedio. Il nodo vero è il presidio di secondo livello. All'Hub bisogna arrivarci in fretta, non in ostaggio delle statali. Questo significa ripensare la rete d'emergenza come sistema di basi eliportuali baricentriche, mappate su tutta la regione.
Il territorio non è un elenco di presidi isolati. È una rete di punti che comunicano. Ciò detto, vale oggi, con gli organici che ci sono. Anche le emodinamiche a orario ridotto ma realmente operative - quando non attive - rimandano comunque agli Hub. Oggi si vola. Domani si sceglierà il territorio più bisognoso».
La geografia decide, la spesa condanna, la concentrazione cura
«Quando, e se, si riuscirà a reperire un numero di emodinamisti sufficiente a garantire coperture H24 aggiuntive - va avanti - la prelazione non può essere decisa a tavolino. Va data agli ospedali Spoke che servono bacini demografici rilevanti e insieme mal collegati e distanti dall'Hub di riferimento. Due condizioni, non una: popolazione ampia e isolamento reale. Dove manca anche una delle due, la priorità non regge. Applicando questo criterio, senza sconti a nessuno, la prelazione spetterebbe naturalmente all'Arco Jonico. Non è pretesa territoriale. Non è pennacchio identitario. È geografia. Chi conosce la Calabria lo sa. L'Arco Jonico, con le propaggini di levante del Pollino e della Sila, non può reggersi su dodici ore di emodinamica a Crotone e sei ore a Castrovillari. Questo sistema lascia sguarnito proprio il bacino demografico più consistente dell'intero versante: la Sibaritide. È qui che il criterio della densità e dell'isolamento trova la sua applicazione più netta. Non è rivendicazione. È calcolo. Sapere dove concentrare non basta, se poi manca il coraggio di farlo».
«La tentazione della politica regionale è sempre la stessa: accontentare ogni territorio con una briciola, piuttosto che scontentarne alcuni con una scelta netta e razionale. È una tentazione comprensibile sul piano del consenso. È inaccettabile sul piano clinico. E non è nemmeno una tentazione a costo zero. La Calabria spende ogni anno centinaia di milioni di euro in mobilità sanitaria passiva. Una spesa di tale entità certifica, da sola, che un servizio sanitario regionale strutturato non esiste davvero. Se esistesse, i pazienti non sarebbero costretti a curarsi a Roma, Milano o Bologna. Concentrare non significa abbandonare. Significa selezionare i punti dove la vita si salva davvero. Vuol dire mapparli con basi eliportuali baricentriche. Comporta collegarli agli Hub con efficienza reale, non promessa».
«Significa avere la fermezza di dire a un piccolo centro che non avrà l'emodinamica sotto casa. Avrà, però, dieci minuti di volo verso chi quell'emodinamica, e la cardiochirurgia che la completa, la garantisce ventiquattr'ore su ventiquattro. La carenza di specialisti non si colma moltiplicando i luoghi dove saranno presenti per qualche ora, uno o due giorni a settimana. Non si risolve nemmeno moltiplicando i comunicati stampa che festeggiano soluzioni inesistenti. Si affronta concentrando chi c'è nei punti dove serve davvero. Attorno a quei punti, quindi, si costruisce una rete di volo rapida, razionale e verificabile. Tutto il resto è spezzatino. E lo spezzatino, in sanità, non nutre. Uccide».