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Referendum Giustizia, cosa cambia davvero: scontro aperto su separazione carriere

3 minuti di lettura

CORIGLIANO-ROSSANO - La scena è quella di un confronto che non cerca sconti. È su questo terreno che si muove la puntata di Eco in Diretta dedicata al referendum del 22 e 23 marzo, andata in onda ieri sera (la puoi rivedere qui). Un tema tecnico, persino ostico, che però tocca il cuore della Costituzione e, soprattutto, il rapporto tra cittadini e giustizia.

Voci che si accavallano, repliche puntuali e incalzanti, qualche sorriso teso e molti punti di frizione. Alla fine, però, un confronto accesso ma correttissimo, senza urla né isterismi. Del resto, questa volta, il parterre degli ospiti era di quello forbito e qualificato, che di più – onestamente - non si poteva pretendere. Da una parte, per i sostenitori del Sì al Referendum sulla Giustizia, il senatore Ernesto Rapani e il presidente della Camera Penale di Rossano, l’avvocato Giovanni Zagarese; dall’altra, strenui oppositori alla riforma, il Procuratore capo di Castrovillari Alessandro D’Alessio, e l’avvocato e giurista Maurizio Minnicelli.

Correttezza massima da parte di tutti. Eppure in studio, più che un dibattito, ha preso forma una vera linea di faglia: da una parte chi considera la riforma della giustizia un passaggio inevitabile, dall’altra, appunto, chi la vede come un intervento fuori bersaglio.

Il dato che emerge subito, e che nessuno contesta davvero, è il più problematico: la sensazione diffusa di essere arrivati al voto senza un’informazione adeguata. Non è solo una percezione. È il racconto che arriva dalla strada, dagli incontri quotidiani, dagli stessi professionisti del settore.

Due visioni, due strade

Il confronto entra nel merito senza girarci intorno. La domanda è diretta: separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri è la chiave per una giustizia più equa?

Per il fronte del Sì, è certamente così, senza esitazioni. Il senatore Ernesto Rapani richiama il contesto europeo e insiste su un principio di fondo: chi accusa e chi giudica devono essere distinti non solo nelle funzioni, ma anche nella formazione e nel percorso professionale. Giovanni Zagarese spinge ancora più in profondità, portando il discorso su un piano culturale: non può esserci vera terzietà se esiste una contiguità tra chi formula l’accusa e chi decide la sentenza.

È una visione che mette al centro la struttura del sistema. E che lega la riforma anche a un’altra parola chiave: correntismo. Un tag che si è rincorso spesso ieri sera. Il riferimento, neanche troppo implicito, è al caso Palamara e alla crisi di credibilità della magistratura. Qui la riforma viene letta come un tentativo di disinnescare quei meccanismi.

La replica: “Non è questo il problema”

Dall’altra parte, però, la risposta è altrettanto netta. E va in direzione opposta.

Per il procuratore Alessandro D’Alessio e per l’avvocato Maurizio Minnicelli, la riforma non intercetta le vere criticità del sistema. Il ragionamento è semplice: i cittadini non chiedono una nuova architettura costituzionale, ma una giustizia che funzioni meglio.

Tempi lunghi, uffici sotto organico, procedure complesse. È qui che si gioca la partita, non nella separazione delle carriere. E soprattutto, avvertono, c’è un rischio da non sottovalutare: quello di cambiare l’identità del pubblico ministero.

Secondo Minnicelli, togliere al PM la comune cultura della giurisdizione significa spingerlo verso una logica più competitiva, più orientata al risultato. In altre parole, più vicino alla figura dell’accusa che a quella di un soggetto impegnato nella ricerca equilibrata della verità.

D’Alessio, invece, ribalta una delle accuse più ricorrenti: quella di una magistratura compatta e autoreferenziale. I numeri delle assoluzioni, osserva, raccontano un’altra storia. E i casi concreti dimostrano che il giudice non è affatto “allineato” al pubblico ministero.

Il punto che resta sospeso

Nel cuore del confronto emerge un passaggio che pesa più degli altri. E che, in qualche modo, diventa il vero nodo politico.

La riforma, così com’è, non incide nell’immediato sul funzionamento quotidiano della giustizia. - È un’affermazione che il fronte del Sì non nega, ma che interpreta come un punto di partenza. Prima si interviene sull’impianto, poi si lavora sulle ricadute operative.

Il fronte del No, invece, la legge in modo opposto: se non cambia nulla per i cittadini, allora si sta guardando nella direzione sbagliata.

Una frattura che va oltre il Referendum

Più il confronto va avanti, più appare chiaro che la divisione non è solo tecnica. È una frattura che riguarda il modo stesso di leggere la giustizia.

Da un lato, chi ritiene necessario intervenire sull’equilibrio dei poteri, sulla separazione delle funzioni, sulla credibilità dell’ordinamento. Dall’altro, chi considera prioritario intervenire su ciò che i cittadini vivono ogni giorno: tempi, accesso, efficienza.

Due piani che si incrociano, ma che non coincidono.

Alla fine, il referendum si riduce a una scelta chiara, quasi secca. Cambiare l’assetto della giustizia per rafforzarne i principi, oppure lasciare intatto l’impianto e concentrarsi sui problemi concreti del sistema.

Insomma, il 22 e 23 marzo, più che una risposta tecnica, sarà una scelta di visione. E forse anche di fiducia.

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.