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Perché proprio l'Achiropita? La forza di una storia diventata identità

5 minuti di lettura

SAN PAOLO – Perché proprio l’Achiropita? È questa la domanda alla quale arriva Franco Martinelli nelle ultime pagine del capitolo dedicato al Bixiga nel suo San Paolo: gli italiani. Integrazione sociale e diffusione culturale. Ed è anche la domanda che chiude il nostro viaggio in tre puntate sulla nascita e sull’affermazione della devozione rossanese in Brasile.

Il dato dal quale partire è ormai acquisito. Nel Bixiga erano presenti più devozioni portate dalle diverse comunità italiane e calabresi. Non c’era soltanto l’Achiropita. Eppure, nel corso del Novecento, fu proprio la Madonna di Rossano a conquistare una posizione centrale, fino a diventare, secondo Martinelli, un elemento identificativo dell’intero quartiere.

Non è un dettaglio. È il punto che consente di leggere questa vicenda non soltanto come storia religiosa, ma come processo culturale e identitario.


LEGGI ANCHE / 1ª PUNTATA – Il “miracolo” dell’Achiropita a San Paolo è iniziato da una storia
LEGGI ANCHE / 2ª PUNTATA - Dal culto dell'Achiropita alla festa del Bixiga: così l'Achiropita è diventata identità brasiliana


Gli italiani sono sempre meno ma il Bixiga resta sempre una colonia tricolore

Quando Martinelli conduce la sua ricerca, negli anni Ottanta, la composizione sociale del Bixiga è profondamente cambiata rispetto alla prima immigrazione.

Gli italiani residenti sono ormai una componente numericamente ridotta. Sono subentrate nuove generazioni e nuovi flussi migratori interni al Brasile. Nonostante questo, osserva lo studioso, il quartiere continua a conservare una marcata identificazione italiana.

È proprio questo apparente paradosso a interessare Martinelli: l’identità italiana sopravvive anche quando diminuisce la presenza diretta degli italiani.

La spiegazione viene individuata nella permanenza dei simboli e delle pratiche culturali: la festa, le tradizioni, la memoria degli immigrati, alcuni luoghi e personaggi del quartiere. In questo patrimonio l’Achiropita occupa ormai una posizione centrale.

Walter Taverna e la difesa dell'identità del quartiere

Tra le figure citate da Martinelli c’è Walter Taverna, figlio di un immigrato siciliano arrivato a San Paolo agli inizi del Novecento. Taverna appartiene già a una generazione diversa da quella dei primi immigrati. Martinelli evidenzia che non parla italiano, ma è fortemente impegnato nella tutela dell’identità storica del Bixiga.

Attraverso la SO.DE.PRO. partecipa ad attività di salvaguardia del quartiere, alla valorizzazione dei suoi simboli e alla difesa delle testimonianze lasciate dalle comunità immigrate. È anche autore di Bexiga amore mio, composizione dedicata al quartiere.

Il dato interessante, nella lettura di Martinelli, è che l’italianità ha ormai superato la dimensione strettamente nazionale. Non dipende più soltanto dalla nascita in Italia o dalla conoscenza della lingua. È diventata memoria culturale trasmessa alle generazioni successive.

Armandinho Puglisi: la memoria diventa archivio

Un processo analogo emerge nella figura di Armando “Armandinho” Puglisi, nipote di un calabrese e personaggio legato anche alla storia della scuola di samba Vai-Vai.

Nel 1980 Puglisi fonda il Museu Memória do Bixiga, raccogliendo fotografie, passaporti, diplomi, oggetti, documenti delle famiglie e testimonianze della vita del quartiere.

Martinelli utilizza anche questa esperienza per dimostrare quanto, a distanza di decenni dalla grande immigrazione, fosse diventata importante la conservazione della memoria.

Le ricerche di Nádia Marzola, S. Spini e Célia Toledo Lucena, citate nello stesso capitolo, affrontano invece da prospettive differenti proprio la trasformazione urbana e la sopravvivenza culturale del Bixiga.

È dentro questo quadro complesso, probabilmente anche contrastante e variopinto, che va letto il "successo" dell’Achiropita: la devozione rossanese non rimane soltanto un ricordo degli emigrati, ma entra nel sistema di simboli attraverso i quali il quartiere continua a raccontare se stesso.

Perché proprio i rossanesi?

A questo punto Martinelli pone esplicitamente il problema. Tra i diversi gruppi calabresi presenti nel Bixiga, per quale ragione furono proprio i rossanesi a riuscire a imporre una loro celebrazione fino a trasformarla in un riferimento comune?

Lo studioso precisa di non poter arrivare a una risposta definitiva attraverso le testimonianze orali, perché molti protagonisti della prima fase dell’immigrazione non c'erano più. Formula quindi un’ipotesi. La spiegazione potrebbe risiedere nel prestigio culturale di Rossano e nella particolare forza simbolica della devozione all’Achiropita.

Martinelli richiama la storia bizantina della città, la Cattedrale, l’immagine dell’Achiropita e il patrimonio architettonico e religioso rossanese. Tra le fonti utilizzate in questa parte compare Franco Filareto, Rossano la bizantina, pubblicato dal Comune di Rossano nel 1986.

È un passaggio da leggere con precisione: Martinelli propone una spiegazione interpretativa, non dimostra documentalmente che il prestigio di Rossano sia stato l’unica causa del successo dell’Achiropita. Ma la sua tesi offre una chiave molto convincente per comprendere la differenza tra quella devozione e le altre presenti nel quartiere.

L'Achiropita aveva un narrazione più forte ed emozionante di ogni altra devozione

Tradotta nel linguaggio contemporaneo della comunicazione, la questione potrebbe essere posta così: l’Achiropita disponeva di uno storytelling particolarmente forte. Il termine, naturalmente, non è di Martinelli. Ma aiuta a leggere il fenomeno.

L’Achiropita non arrivava in Brasile come una devozione priva di contesto. Portava con sé Rossano e la sua storia bizantina, un nome insolito, un’iconografia precisa e soprattutto la tradizione dell’immagine acheiropoietos, cioè “realizzata non da mano umana”. Era quindi una devozione che poteva essere raccontata.

Questo non significa che le altre Madonne e gli altri santi venerati dagli emigrati avessero un valore religioso minore. Significa che l’Achiropita possedeva alcuni elementi particolarmente efficaci nel passaggio da culto di una comunità a simbolo riconoscibile anche all’esterno di quella comunità.

Ed è esattamente quello che accade nel Bixiga.

Da simbolo rossanese a simbolo globale. Il miracolo nel Bixiga

Le prime due puntate hanno mostrato i passaggi documentati. Nel 1908 la devozione viene celebrata ancora in strada e l’immagine è custodita nelle case. Nel 1918 viene costruita la cappella. Nel 1926 la colonia rossanese compare direttamente nelle fonti parrocchiali come finanziatrice dell’altare maggiore. Nel 1929 prende forma la nuova chiesa. Nel 1934 la festa è già una manifestazione pubblica strutturata.

Negli anni successivi la celebrazione continua a crescere e ad aprirsi a un quartiere sempre più composito. Il risultato viene fotografato da Martinelli negli anni Ottanta: l’Achiropita non è più soltanto la Madonna dei rossanesi. È diventata la Madonna attorno alla quale il Bixiga costruisce una parte significativa della propria identità.

È questo il punto conclusivo del nostro percorso. Il successo dell’Achiropita in Brasile non si spiega soltanto con il numero dei partecipanti alla festa o con la tenacia della comunità rossanese. Quelli sono fattori importanti, ma non esauriscono il fenomeno. La ricerca di Martinelli suggerisce qualcosa di più: quella devozione disponeva di un patrimonio storico e culturale capace di rafforzarne la riconoscibilità.

I rossanesi portarono a San Paolo una Madonna. Ma insieme alla Madonna portarono Rossano e Bisanzio, una tradizione antica e il racconto di un’immagine mistica di cui, ancora oggi, nessuno conosce l'origine. È questo patrimonio narrativo che, letto oggi, aiuta a comprendere il “miracolo” dell’Achiropita nel Bixiga.

Non un miracolo nel senso statistico del termine, né una formula costruita a posteriori. Piuttosto la capacità di una comunità emigrata di trasformare una propria memoria particolare in una storia condivisa. Tra tante devozioni arrivate dalla Calabria, quella dell’Achiropita aveva probabilmente un vantaggio decisivo: aveva una storia che poteva continuare a essere raccontata anche quando i rossanesi della prima generazione non c’erano più. Ed è forse proprio per questo che, oltre un secolo dopo, nel cuore di San Paolo quella storia continua ancora a portare il nome di Rossano. Di questo ne dovremmo farte ammenda un po' tutti per capire e distinguere le cose... anche prima di inoltrarci in insulsi, sterili ed inutili campanilismi!


FONTI
La terza e ultima puntata è costruita sulle pp. 120-123 del capitolo VIII, “L’influenza degli immigrati calabresi nell’identità di un quartiere. Il Bexiga”, di Franco Martinelli, San Paolo: gli italiani. Integrazione sociale e diffusione culturale, Bulzoni Editore.
Nelle pagine considerate Martinelli richiama inoltre Nádia Marzola, Bela Vista (1979); S. Spini, Bexiga. Avvio de uma pesquisa urbana (1982); Célia Toledo Lucena, Bairro do Bexiga. A sobrevivência cultural (1984); le esperienze di Walter Taverna e Armando Puglisi; e F. Filareto, Rossano la bizantina (Comune di Rossano, 1986).

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.