«Genitori diventati camerieri dei figli»: Renzo richiama le famiglie all’educazione all’autonomia
La pedagogista del Polo Infanzia Magnolia di Corigliano-Rossano invita a non sostituirsi ai ragazzi nelle responsabilità quotidiane: «Accompagnarli non significa evitare loro ogni difficoltà»
CORIGLIANO-ROSSANO - Come si può pretendere che un ragazzo sappia affrontare un sacrificio, sostenere una delusione o misurarsi con le prime difficoltà del lavoro, se per anni gli adulti hanno provveduto a risparmiargli persino le più elementari responsabilità quotidiane? Il dibattito riaperto dallo psicoterapeuta Alberto Pellai con il libro Ti farò correre in salita. Come e perché educare alla fatica le nuove generazioni, ripreso nei giorni scorsi dal Corriere della Sera, offre alla pedagogista Teresa Pia Renzo l'occasione per denunciare un paradosso educativo sempre più evidente: nel tentativo di rendere più semplice la vita dei figli, molti genitori finiscono per renderli meno preparati ad affrontarla.
Di quale educazione alla fatica parliamo – provoca la pedagogista, direttrice del Polo Infanzia Magnolia – se siamo arrivati al punto che madri e padri si comportano come camerieri dei propri figli? Li svegliano al mattino per andare a scuola, preparano ogni cosa al loro posto e talvolta arrivano persino a portare loro la colazione a letto, quasi che affrontare una normale giornata scolastica costituisse un sacrificio insopportabile. Il problema non è la premura genitoriale, ma la sua degenerazione in una continua sostituzione. Quando l'adulto fa sistematicamente ciò che il figlio potrebbe imparare a fare da solo, non gli offre una protezione aggiuntiva: gli sottrae un'occasione di emancipazione.
Il progressivo smarrimento delle consuetudini familiari rappresenta un altro segnale sul quale interrogarsi. La domenica, tradizionalmente riconosciuta come occasione privilegiata di ritrovo, - ricorda la professionista - rischia di perdere la propria funzione relazionale quando ciascuno pretende di sottrarsi agli impegni condivisi. Non è la sveglia più tarda a costituire un problema educativo, quanto l'idea che il desiderio individuale debba prevalere automaticamente su ogni responsabilità verso gli altri. La famiglia, prima comunità nella quale si sperimenta la convivenza, dovrebbe insegnare anche questo: appartenere a un gruppo comporta la capacità di rispettarne i tempi e di contribuire alla sua vita.
La riflessione si estende al rapporto delle nuove generazioni con il mondo professionale. Conseguire un titolo di studio non significa aver già acquisito le competenze per esercitare una professione – osserva ancora – né autorizza a considerare umiliante ogni esperienza iniziale. Tirocini di qualità, volontariato e attività pratiche possono offrire opportunità preziose per verificare le proprie attitudini e comprendere le responsabilità di un mestiere. Nel 2025, secondo i dati ISTAT ripresi dall'INAPP, il 13,3% dei giovani italiani tra 15 e 29 anni non studiava, non lavorava e non seguiva percorsi formativi; nel Mezzogiorno la quota raggiungeva il 20,2%. Una condizione che non può essere attribuita semplicisticamente alla scarsa volontà individuale, perché pesano anche le opportunità occupazionali e le disuguaglianze territoriali, ma che richiama l'urgenza di accompagnare meglio il passaggio dalla formazione alla vita adulta.
La stessa sospensione del servizio militare obbligatorio, intervenuta nel 2005, è stata una perdita sotto il profilo delle esperienze collettive di responsabilizzazione. Al di là del giudizio sull'istituzione militare – sottolinea – la leva obbligava molti giovani a confrontarsi con regole comuni, a organizzare autonomamente la propria giornata e a convivere con persone provenienti da realtà differenti. Erano esperienze che potevano concorrere alla formazione del carattere.
Abbiamo confuso troppo spesso – conclude Teresa Pia Renzo – l'amore con l'assecondare, la protezione con il sostituirsi e la felicità con l'assenza di frustrazioni. Un figlio ha certamente diritto a essere accompagnato, sostenuto e compreso, ma ha anche bisogno di incontrare limiti e di misurarsi con ciò che ancora non sa fare. Se continuiamo a servire ai nostri figli una vita già pronta, rischiamo di consegnarli all'età adulta senza aver insegnato loro come costruirsene una.-