Via D’Amelio, Garofalo: «Memoria e verità camminino insieme»
Il presidente del Centro Studi Giorgio La Pira di Cassano all’Ionio ricorda Paolo Borsellino e gli agenti della scorta: «La lotta alla mafia non può essere delegata solo a magistratura e Forze dell’Ordine»
CASSANO JONIO - Era l’estate del 1992. Cinquantasette giorni dopo la strage di Capaci e l’uccisione di Giovanni Falcone, la mafia colpì ancora. Il 19 luglio, in via D’Amelio, a Palermo, un’autobomba imbottita di tritolo uccise il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
A distanza di oltre trent’anni, il ricordo di quella strage resta una ferita aperta nella storia della Repubblica. Una ferita che chiede memoria, ma anche verità.
Lo sottolinea Francesco Garofalo, presidente del Centro Studi Giorgio La Pira di Cassano all’Ionio.
«Ricordare via D’Amelio – afferma Garofalo – significa tenere insieme due dimensioni che non possono essere separate: il valore del sacrificio e il dovere della ricerca della verità».
Per Garofalo, la memoria civile non può ridursi a un appuntamento rituale, né a una celebrazione slegata dalla comprensione profonda di ciò che accadde.
«La memoria senza verità – aggiunge – rischia di diventare soltanto celebrazione. La verità senza memoria rischia invece di rimanere un atto tecnico confinato nei tribunali. Servono entrambe, perché una società possa davvero comprendere ciò che è accaduto».
Il ricordo di Borsellino e degli agenti della scorta diventa così anche un richiamo alla responsabilità collettiva. Perché la lotta alla mafia non riguarda soltanto chi indossa una toga o una divisa, ma l’intero corpo civile del Paese.
«La memoria – sottolinea Garofalo – è anche la riappropriazione, da parte della gente, dei valori che Falcone e Borsellino hanno rappresentato».
Da qui il messaggio più attuale: legalità, giustizia e contrasto alla criminalità organizzata non possono essere delegati esclusivamente alle istituzioni giudiziarie e investigative.
«Il ricordo – conclude – è anche la dimostrazione di una consapevolezza ormai diffusa: la lotta alla mafia, per risultare alla lunga vincente, non può essere solo delegata all’impegno istituzionale della magistratura e delle Forze dell’Ordine. È stata proprio questa intuizione, in fondo, una parte non secondaria del testamento non scritto dei due magistrati siciliani».
Via D’Amelio resta dunque memoria di un sacrificio estremo, ma anche domanda ancora viva di verità e impegno. Perché ricordare Borsellino significa continuare a scegliere, ogni giorno, da che parte stare.