Incendi, lo sfogo di un agricoltore: in due anni subita la distruzione di un'intera azienda
L'imprenditore arbereshe Francesco De Bonis racconta roghi ripetuti tra uliveti e vigneti: ettari di terreno distrutti, mezzi bruciati e il dolore di chi vede andare in fumo i sacrifici di una vita. Dalla rabbia alla diffidenza fino alla speranza
CORIGLIANO-ROSSANO - Gli incendi non lasciano soltanto cenere sui terreni e fumo nell’aria. Lasciano ferite profonde nelle vite di chi lavora la terra, cancellando in poche ore anni di sacrifici, investimenti e memoria familiare. È da questa consapevolezza che prende forma la lettera di Francesco De Bonis, agricoltore e imprenditore agricolo di originale arbereshe, che ha deciso di raccontare all’Eco dello Jonio ciò che è accaduto, ancora una volta, anche quest'anno, alla sua azienda.
Quella di Francesco, vittima collaterale dell'ennesima stagione degli incendi estivi, è una testimonianza diretta, amara e lucida. Un racconto che va oltre la cronaca dei roghi e prova a restituire il peso reale delle perdite subite: uliveti secolari distrutti, vigneti cancellati, mezzi agricoli ridotti in cenere. Un patrimonio costruito nel tempo e disperso in pochi istanti.
De Bonis ricostruisce una sequenza pesantissima. Lo scorso anno, nel mese di luglio, un incendio ha distrutto un intero uliveto secolare e altre piante di ulivo successivamente impiantate. Nella primavera di quest’anno, a fine maggio, un nuovo rogo ha interessato la stessa area, per una superficie complessiva di circa 16 ettari.
Poi il mese di giugno. Un altro incendio ha colpito un altro uliveto. Successivamente, un ulteriore fronte avrebbe distrutto la parte rimasta, questa volta coinvolgendo anche i mezzi agricoli. Insomma, una catena di eventi che l'imprenditore definisce «delittuosi e catastrofici» e sulla cui ricostruzione, precisa, spetta alle istituzioni e agli organi competenti fare chiarezza.
Ma il punto, nel suo sfogo amaro, deluso ma non sconfitto, non è soltanto la denuncia. È la ferita.
Francesco ringrazia le persone che negli anni gli sono state vicine, gli operai, i collaboratori, chi con il proprio lavoro ha contribuito alla costruzione di un indotto sociale e produttivo. Un patrimonio umano, prima ancora che aziendale, «duramente attaccato nel tempo», tra fermi, ripartenze, paura, isolamento e diffidenza.

«Questi eventi – ci dice ancora – hanno provocato in me una profonda riflessione che mi ha fatto dubitare di operai, amici e colleghi, lasciandomi nell’ultimo periodo in difficoltà e isolamento dovuto in parte alla paura che tali gesti ripetuti determinano».
Sono parole che raccontano un altro effetto degli incendi: non soltanto il danno economico, ma la rottura della fiducia. Quando il fuoco torna più volte nello stesso luogo, infatti, non resta soltanto cenere. Resta il sospetto. Resta la paura. Resta quella sensazione di vulnerabilità che accompagna chi lavora la terra e si ritrova improvvisamente esposto, solo, colpito nel cuore della propria attività.

Eppure De Bonis sceglie di non fermarsi alla rabbia. Anzi, nella parte più intensa della lettera sposta lo sguardo sull’ulivo e sulla vite, sulla loro funzione sociale, produttiva e simbolica.
«Un ulivo secolare cosa rappresenta per voi? Una vite cosa rappresenta per voi?», ci chiede, guardandoci negli occhi.
Per i proprietari, risponde, sono un valore da custodire per i posteri e per il territorio. Per gli operai e i collaboratori sono una risorsa. Per i consumatori, un privilegio.

In quelle domande c’è forse il centro di tutta la vicenda. Perché un ulivo secolare non è soltanto una pianta. È paesaggio, lavoro, identità, economia, memoria. È il ramoscello della rinascita, ma anche il ricordo dell’infanzia, delle giornate trascorse tra gli alberi, delle stagioni osservate da vicino: la vegetazione di primavera, la raccolta d’autunno, la potatura, il razzolare delle galline, l’abbaiare dei cani.
De Bonis racconta di essere cresciuto in quel mondo. E di aver scelto, una volta diventato adulto e genitore, di portare avanti e migliorare l’azienda non solo con investimenti materiali, ma arricchendola di idee, contenuti, incontri.
Un luogo agricolo diventato anche spazio di socialità e cultura. Un posto dove fare musica, parlare di olio, vino, orti, progetti e perfino «cazzate», come scrive lui stesso con una sincerità disarmante. Da lì era nato anche il progetto di ripristinare il vigneto, poi realizzato, per produrre un buon IGP. Ma il fuoco ha portato via anche quello.
È qui che la vicenda individuale diventa simbolo. Gli incendi di questi giorni e di questi anni non colpiscono soltanto boschi e aree marginali. Colpiscono imprese, famiglie, operai, economie locali. Colpiscono chi prova a restare, investire, coltivare, innovare, costruire valore in territori dove fare impresa agricola è già una sfida quotidiana.
E quando a bruciare sono uliveti e vigneti, il danno non si misura soltanto nell’immediato. Una pianta secolare non si ricompra. Un vigneto non torna produttivo dall’oggi al domani. Un’azienda agricola ferita deve fermarsi, ripartire, riorganizzarsi, trovare risorse, ricostruire fiducia.
De Bonis non si sostituisce agli investigatori. Non indica responsabili. Lascia «le ricostruzioni e il contrasto» alle istituzioni, alla politica, alle associazioni e a chi conosce più da vicino la situazione generale del comparto e della Calabria. Ma rivendica una posizione netta: «Io sono dalla parte della terra e della natura».
La lettera si chiude con un abbraccio alla «comunità civile e sana, che pur resiste e continua, ma soprattutto esiste».