Dal Moscato-Passito di Saracena ai rossi del Pollino: al Vinitaly la Calabria del nord-est prova a diventare sistema
Dodici aziende, un’identità ancora in costruzione ma sempre più riconoscibile: nel Padiglione 12 della Calabria la Sibaritide–Pollino si presenta con un racconto che parte dalla tradizione e prova a trasformarsi in posizionamento competitivo
VERONA – NC’è un filo rosso – e spesso anche letteralmente rosso nel bicchiere – che tiene insieme le aziende della fascia Sibaritide–Pollino presenti alla 58ª edizione del Vinitaly 2026: la capacità di partire dalla tradizione senza restarne prigionieri. Un equilibrio non scontato, che passa da una geografia precisa e da produzioni che, pur diverse, condividono una stessa matrice identitaria.
Il punto di partenza, inevitabilmente, è Saracena. È lì che si concentra uno dei simboli più forti dell’intero comparto enologico calabrese: il Moscato Passito al Governo di Saracena (uno dei 100 MID della Calabria straordinaria riconosciuto tale per il suo metodo di produzione antico ma anche unico), un passito che non è solo vino ma memoria liquida di una comunità. Le aziende Biagio Diana, Feudo dei Sanseverino e Masseria Falvo 1727 portano a Verona proprio questa eredità, fatta di lavorazioni tradizionali, appassimenti, equilibrio tra zuccheri e freschezza. Un prodotto che ha già una sua identità chiara, definita, riconoscibile. E che, non a caso, rappresenta uno dei pochi veri marchi territoriali già consolidati della Calabria del nord-est.
Poi però il racconto cambia, si sposta, si allarga. Risalendo verso il Pollino e la valle dell’Esaro, il registro si fa più strutturato, più contemporaneo. Qui entrano in scena aziende come Ferrocinto, Akra Vini, Tenuta Iannibelli e Serragiumenta, che lavorano soprattutto sui rossi, spesso partendo dal Magliocco, vitigno che negli ultimi anni sta diventando uno dei principali asset identitari della Calabria vitivinicola. Non è più il tempo della produzione indistinta: questi vini cercano precisione, verticalità, riconoscibilità. Cercano mercato.
E in mezzo a questi due poli – il passito identitario e il rosso contemporaneo – si colloca una fascia di aziende che lavora sul raccordo tra tradizione e innovazione. È il caso della Casa Vinicola Gialdino Franco a Morano Calabro, di Feudo della Sagitta a Spezzano Albanese, di Poderi Marini a San Demetrio Corone, di Tenuta Corno Valano a Corigliano-Rossano e della Tenuta del Castello a Montegiordano. Realtà diverse tra loro, per dimensioni e impostazione, ma accomunate da un elemento: la ricerca di un equilibrio tra radice territoriale e linguaggio contemporaneo. Qui si sperimenta, si prova a tenere insieme vitigni autoctoni e varietà più internazionali, si costruiscono prodotti che guardano sia alla storia sia al mercato.
Il quadro che emerge, nel complesso, è chiaro ma non ancora definitivo. La Calabria del nord-est del vino esiste, ma non è ancora sistema. Esistono eccellenze riconosciute, come il Moscato di Saracena. Esiste una nuova generazione di produttori che sta lavorando con ambizione sui rossi. Esiste una fascia intermedia che prova a fare sintesi. Ma manca ancora un elemento fondamentale: una narrazione unitaria capace di trasformare questa pluralità in identità condivisa.
Ed è proprio questa la vera partita che si gioca, oggi, anche tra gli stand del Padiglione 12. Perché il Vinitaly non è solo una vetrina commerciale: è il luogo dove i territori decidono come raccontarsi. E anche la Calabria del nord-est sembra aver finalmente compreso che non basta esserci. Bisogna essere riconoscibili.
Non è più il tempo della resistenza, della presenza simbolica, del “ci siamo anche noi”. È il tempo della costruzione. E il vino, forse più di ogni altro settore, grazie anche all'accelerazione di visione e identità impressa dall'assessore regionale Gianluca Gallo, sta diventando il linguaggio attraverso cui questo territorio prova a dirlo.