Crati, la seconda (drammatica) alluvione: ora muore l’economia della Piana
A quasi due mesi dal disastro, emergono le macerie più pesanti: agrumeti distrutti, radici soffocate, migliaia di piante da espiantare. I Guardiani del Crati: «Così si compromette un decennio di produttività»
CORIGLIANO-ROSSANO – Le immagini del fango ormai si sono ingiallite. Le poche ruspe che sono rimaste non fanno più notizia. Le telecamere sono andate via. Ma come scrivevamo in un recente corsivo del direttore (Dopo il fango non sparite), il vero dramma inizia ora. È adesso, infatti, che la Piana di Sibari comincia davvero a pagare il conto.
A quasi due mesi dalla rottura degli argini del Crati e da quella che viene ormai definita come la più devastante esondazione degli ultimi 50 anni, restano le macerie. Quelle visibili — argini sfondati, terreni sconquassati, contrade ancora segnate dall’acqua — e quelle invisibili, ma molto più profonde: le macerie economiche.
A lanciare l’allarme sono i Guardiani del Crati, l’associazione nata all’indomani dell’ultima tragedia per dare voce ai cittadini colpiti. E a parlare, come sempre in modo chiaro, crudo, netto, tranciante, è il presidente Mario Oliveto. Il rischio - dice - non è solo quello di una stagione compromessa, ma di un’intera economia agricola messa in ginocchio per almeno un decennio.
Il cuore del problema ora è sotto terra. Letteralmente. Perché intere distese di agrumeti — arance e soprattutto clementine, simbolo e motore dell’economia della Calabria del nord-est — sono state devastate. Non bruciate dal sole, non piegate dal vento ma soffocate dall’acqua.
Un paradosso che gli agricoltori conoscono bene: troppa acqua equivale a siccità. Le radici, sommerse per giorni, non respirano più. Marciscono. Muiono. E con loro muore il lavoro di anni.
Migliaia di piante sono ormai compromesse. In molti casi non resta che battere una strada triste, dolorosa e di questi tempi - segnati da guerre dietro la porta di casa che hanno innescato una crisi economica senza precedenti - anche costosissima, che è quella di espiantare e ripiantare.
Un ciclo che non si misura in mesi, ma in anni. Cinque, sette, dieci anni prima di tornare a produrre. Dunque, il rischio concreto è che molti produttori si vedano azzerato il reddito con le loro azienda che potrebbero trovarsi, dall'oggi al domani, sul lastrico, lasciando centinaia di famiglie senza prospettive.
E mentre il danno si materializza giorno dopo giorno, i ristori restano una promessa. Così come restano sulla carta gli interventi strutturali che dovrebbero impedire che tutto questo accada di nuovo.
«Non possiamo permetterci – è il senso delle parole di Mario Oliveto – che dopo il fango arrivi anche l’abbandono». Perché una piena può essere eccezionale (e ce ne saranno sempre di più a causa delle evoluzioni climatiche) ma l’assenza di risposte non lo è più.
Ecco perché denunciare, rimanere presenti sul pezzo, non abbassare mai la guardia rimane l'unica arma di consapevolezza e anche l'unico strumento per "trattenere" politica e istituzioni sulla grande vertenza della Piana di Sibari. Perché se a essere travolti non sono solo i campi ma un intero sistema economico, allora l'emergenza rischia di tramutarsi in una frattura insanabile tra i cittadini e lo Stato che - è giusto ribadirlo - rimane già abbastanza lacerata.