Caro energia, dalla Sibaritide appello di agricoltori e pescatori ormai alla fame: «italia in difficoltà, trattare con la Russia» | VIDEO
Gasolio alle stelle, marineria verso il fermo totale. Dalla protesta degli armatori emerge una linea di rottura: “L’economia sta crollando, servono scelte coraggiose”
CORIGLIANO-ROSSANO – Non è più solo una protesta di categoria. È il segnale di una crisi che ormai ha superato il suo punto di non ritorno. Una crisi che rischia di spegnere definitivamente uno dei motori economici più identitari della Calabria del nord-est. E questa volta non è una minaccia ma una vera e propria presa di coscienza disperata. Che ha potuto capire solo chi ieri era sulle banchine vuote del porto di Corigliano-Rossano, insieme ad armatori e pescatori. Famiglie con le lacrime agli occhi, imprenditori del mare subissati di debiti: «Così - ha commentato laconicamente Leonardo Gentile - non si può più andare avanti».
Il punto di rottura è arrivato. Il costo del gasolio ha superato ogni soglia di sostenibilità, i margini si sono azzerati, le uscite in mare diventano perdite certe. E l’orizzonte, per molti, è uno solo: fermarsi.
«Se non oggi stesso, a brevissimo la marineria si fermerà completamente», è il sentimento che attraversa banchine e capannoni. Lo dicevamo, non è più una minaccia, ma una previsione.
In questo clima, la dichiarazione dell’ex senatrice Rosa Silvana Abate, è un monito, sicuramente politico, per alcuni fuori dal tempo e dal mainstream, ma che ha senza dubbio un valore politico forte, dirompente, estremamente vero. «L’economia italiana sta crollando e la situazione è molto più grave di quanto si voglia far credere. Bisogna riaprire le trattative e tornare a comprare petrolio e gas dalla Russia», afferma senza giri di parole, senza indugi, raccogliendo e rilanciando una proposta che nelle ultime settimane si sta facendo strada nel dibattito pubblico.
Parole che, pronunciate in un porto della Calabria, in una delle periferie più trascurate d'Europa, danno tutto il senso della gravità della cosa. Perché se la fame non ha ancora morso il calcagno dei grandi sistemi, è comunque già arrivata fin qui. E non ci vorrà molto perché la crisi divampi dappertutto. Perché, queste, alla fine, sono dinamiche che interessano tutti. Certo, prima le periferie ma prima o poi arriveranno anche al cuore dello Stato.
La protesta, infatti, non riguarda solo il mare. Accanto ai pescatori ci sono anche gli agricoltori, stretti nella stessa morsa dei costi e a catena anche il settore terziario, quello dei trasporti e della logistica, e a scalare fino all'industria. «Si stanno fermando anche loro», viene ribadito più volte. Gasolio, materie prime, filiere produttive: tutto converge verso un unico punto critico.
E allora la richiesta che parte da Schiavonea prova a farsi sistema. Non solo ristori o misure tampone, ma un cambio di rotta nelle politiche energetiche. «Il governo centrale, insieme agli altri Stati europei, trovi il modo di riaprire i canali di approvvigionamento dove i costi sono sostenibili», è l’appello.
Un appello che nasce da una banchina, ma che punta dritto ai palazzi romani e a Bruxelles.
Intanto, però, la realtà è qui. Barche ferme o pronte a fermarsi, equipaggi in attesa, famiglie sospese. La marineria di Schiavonea – simbolo di lavoro, identità e tradizione – rischia di diventare l’ennesimo termometro di una crisi più grande.