La Calabria non esiste ancora: è una somma di territori che tifano contro
Ospedali, aeroporti e investimenti diventano oggetti di contesa tra comunità convinte che il successo del vicino rappresenti una sconfitta. Ma una Regione non nasce dai confini amministrativi: nasce quando il favore smette di valere più del diritto
CORIGLIANO-ROSSANO - La Calabria esiste sulle carte, nelle istituzioni e nei confini amministrativi. Ma esiste davvero come comunità politica? È da questa domanda che muove la riflessione di Domenico Mazza, presidente del Comitato Magna Graecia, che mette sotto accusa campanilismi, clientelismo e rivalità territoriali: meccanismi capaci di trasformare ospedali, aeroporti e investimenti in un derby permanente, impedendo alla regione di riconoscersi in un destino comune. Di seguito la sua nota:
La Calabria non è un corpo unico. Ha confini amministrativi, un Consiglio regionale, una Giunta, una macchina burocratica. Manca però una comunità capace di riconoscersi in un destino comune: un vuoto che nessuna legge elettorale, da sola, può colmare. Esistono molte Calabrie. C'è quella tirrenica, quella jonica, quella delle aree interne e quella delle pianure. C'è quella che guarda a Napoli e quella che guarda alla Puglia. C'è quella che si affaccia sulla Sicilia.
In Calabria ci sono comunità che competono per ospedali, aeroporti, investimenti, ciascuna convinta che la propria sfortuna nasca dal privilegio dell'altra. Una strategia regionale si riduce così a una somma di rivendicazioni locali.
Prima di chiedersi quale sarà la prossima opera, bisognerebbe porsi una domanda più scomoda: che cosa tiene insieme i calabresi? Se la risposta è soltanto l'appartenenza geografica, siamo lontani dall'idea di regione. Una comunità politica nasce quando il bene del vicino non viene percepito come una sottrazione. Nasce quando il successo di una città non è la sconfitta di un'altra. Ma in Calabria accade spesso il contrario.
Si pretende una Regione forte. Si coltiva una cultura politica frammentata.
Il familismo amorale, quando il territorio diventa tifoseria
La classe dirigente, in Calabria, non viene giudicata per ciò che rappresenta. La si vota per ciò che può fare per l'individuo, per la sua famiglia, o per la propria comunità. È il meccanismo del familismo amorale: il bene comune che cede il passo alla prossimità personale. L'amministratore viene sostenuto non per capacità o visione, ma per le conoscenze giuste. Nasce così il paradosso calabrese. Da un lato, il cittadino denuncia il sistema clientelare. Dall'altro, con le proprie mani, lo mantiene in vita.
Il familismo amorale non riguarda solo i singoli cittadini: si riproduce identico su scala municipale. Non più l'individuo che vota per convenienza, ma l'ente che litiga per interesse.
Basta guardare a giugno. Il sindaco di Scalea ha annunciato sui social l'ingresso dell'aviosuperficie cittadina nel circuito degli aeroporti RAM. È stata un'operazione di recupero sensata, per una struttura altrimenti abbandonata nell'alveo di un fiume.
Sul versante opposto, le rimostranze non sono tardate ad arrivare. Dalla Sibaritide sono partiti comunicati stampa per rivendicare uno scalo analogo.
A Crotone si sono stracciate le vesti. I cittadini hanno immaginato già la chiusura del proprio scalo a vantaggio di un aeroporto a Sibari, la cui realizzazione resta puramente aleatoria.
Da Catanzaro sono partiti attacchi verso il sindaco di Lamezia. Il primo cittadino è accusato di non aver difeso il proprio scalo, e di essersi disinteressato dell'eventuale investimento RAM nella Sibaritide.
Nessuno, però, si è preso la briga di approfondire cosa sia davvero un aeroporto RAM.
Quattro fronti aperti in una regione di appena 1.827.000 abitanti. Numeri destinati, oltretutto, a peggiorare. Non a migliorare. Un dato demografico assolutamente insufficiente per giustificare anche solo i tre aeroporti già esistenti. Scalea sarebbe di fatto il quarto, un eventuale scalo a Sibari il quinto. Ma il problema non è il numero. È che quei territori non si conoscono. Non hanno mai instaurato relazioni tra loro. Per questo si comportano come tribù.
Non sorprende, allora, che anche la distanza fisica racconti la stessa distanza mentale. Spostarsi da una città all'altra, in Calabria, resta un'impresa. Mancano le connessioni di prossimità: scarse sul versante jonico, quasi assenti in senso longitudinale. Il tutto in una regione stretta e lunga, interrotta da rilievi montuosi.
Eppure, dietro queste polemiche, a ogni livello, c'è lo stesso meccanismo. Si critica la mancanza di meritocrazia. Si cerca la raccomandazione. Si denuncia la filiera istituzionale, salvo poi considerarla utile quando produce un vantaggio individuale. Non conta chi sei. Conta chi conosci. Non conta ciò che hai fatto. Conta ciò che puoi promettere.
Finché il consenso si costruirà su appartenenze personali — e su territori che si comportano come tifoserie — sarà difficile pretendere una politica fondata sulla competenza. Non siamo allo stadio. Qui si governa una regione.
Prima dei calabresi, la Calabria non cambierà
Dentro questo sistema opera un'altra dinamica: la delegittimazione morale dell'avversario. Quando non si riesce a confutare un'idea, si tenta di screditare chi la sostiene. Quando un amministratore sceglie la prevenzione invece dell'emergenza, viene accusato di inattività. Ciò che evita non produce immagini spettacolari.
La buona amministrazione è silenziosa. La prevenzione non fa rumore. L'emergenza, invece, è visibile.
Ma quando il dissenso diventa colpa morale, l'amministratore più prudente non è il più capace. È quello che non disturba. Una comunità che premia il conformismo finisce per selezionare una classe dirigente conforme al proprio modello. Non la più competente. La più obbediente.
La delegittimazione non è un incidente di percorso. È lo strumento con cui il sistema clientelare si difende da chi non si adegua.
Ecco perché la domanda vera non è perché la Calabria occupi da anni le ultime posizioni nelle classifiche. È quanto siamo disposti a cambiare il comportamento che produce quella realtà.
Le istituzioni contano. Le risorse contano. Ma conta anche la qualità della domanda democratica che una società rivolge alla propria classe dirigente.
Non si può pretendere meritocrazia votando per appartenenza tribale. Non si può chiedere programmazione sostenendo chi vive di emergenze. Non si può denunciare il clientelismo cercando, quando serve, il proprio posticino nel sistema.
Serve un patto civico che parta dalla scuola. Che misuri gli amministratori anche sui problemi evitati, non solo su quelli risolti. Che insegni a distinguere il favore dal diritto, la fedeltà dalla competenza, il consenso dal merito.
Una Calabria unita non nasce da un confine tracciato sulla carta. Nasce quando i calabresi smettono di considerare il bene dell'altro come una sottrazione al proprio. Prima di costruire la Regione, bisogna formare i calabresi. Altrimenti resterà una somma di piccole patrie. Troppo piccole per vincere da sole. Troppo divise per provarci insieme.