Sibaritide, dal fango alla rinascita: la voce di don Pietro dopo la ferita del 13 febbraio
Una riflessione intensa tra memoria, fede e responsabilità civile. La comunità chiede risposte e aiuti concreti alle istituzioni, trasformando il dolore in speranza e impegno per il futuro
CORIGLIANO-ROSSANO/ CASSANO JONIO - A oltre un mese dagli eventi che hanno segnato profondamente la Sibaritide, pubblichiamo la lettera di don Pietro Groccia, parroco del territorio, che offre una riflessione lucida e toccante su quanto accaduto il 13 febbraio. Tra memoria, fede e senso civico, le sue parole raccontano una comunità ferita ma viva, capace di trasformare il dolore in richiesta di responsabilità e impegno concreto.
La data del 13 febbraio, penso, rimarrà marcata per anni a caratteri cubitali nella memoria di chi vive il territorio sibarita. Ma non sto qui a scrivere per produrre ulteriori parole. Sono convinto che le parole, a volte, rivelino la condizione liminare della finitudine e non sempre rendano giustizia né riescano a descrivere ciò che si è vissuto. Comunque, passato il panico, si numerano i danni, e il computo ci manda letteralmente in fibrillazione: cose, beni, ricordi, luoghi che erano “casa” sono stati oltraggiati, come per l’avvento di un furto notturno, e le certezze di tutti si sono spezzate. A distanza di oltre un mese ricordiamo ancora quelle ore paurose per omaggiare il coraggio, la munificenza ma, soprattutto, per trasformare le ferite dell’acqua in feritoie di rinascita. La dimensione del ricordo è descritta dalla Sacra Scrittura non come uno sterile esercizio di reminiscenza di stampo platonico, ma come un vero atto di fede: è il ponte che unisce la tragedia del passato e la speranza per il futuro. La memoria è il fondamento della nostra identità e del mondo che abitiamo. Già Platone annotava nel Menone (81c) che “conoscere è ricordare”. La conoscenza tragica ha di peculiare il fatto di essere raggiunta attraverso il dolore. E, nella prospettiva del ricordo, rievocazione e memoria semantica mi riportano ancora davanti agli occhi, come nella filigrana di un film horror, le immagini dell’apparato operativo della Regione Calabria presente con tutte le sue forze: Calabria verde, Arsac, Consorzio di bonifica, vigili del fuoco, protezione civile, la nostra Caritas diocesana, volontari e cittadini che, rivestiti di fango dalla testa ai piedi, si industriavano con ogni mezzo per aiutare gli altri. Tra gli “angeli del fango” ci ha particolarmente colpiti la testimonianza del Sindaco di Cassano all’Ionio, il quale, ignaro di sé e della sua famiglia, con atteggiamento risoluto, obliando la livrea dell’autorità, si è mostrato presente ovunque: a incoraggiare, a dirigere i lavori, a programmare i soccorsi, a vigilare sulla loro ripartizione. Vi era nei suoi occhi una solidale ansietà da cui traspariva che la forza di una città sta nella mano tesa di chi aiuta e nella volontà di rialzarsi insieme. In quel giorno la nostra bella Sibaritide è stata travolta dall’acqua e dal fango, ma non si è arresa. Anzi, dalla tragedia ha preso vita una comunità più forte, unita dalla solidarietà degli “angeli del fango”, arrivati da ogni parte della Calabria. L’ermeneutica del fango percorre tutta la storia biblica, transitando da segno di fragilità antropica a strumento di nuova creazione e guarigione divina. La guarigione del cieco nato, narrata nel Vangelo della IV domenica di Quaresima, ci ricorda l’utopia dell’impossibile fatta storia, che apre, dove tutto sembra fallito, nuovi cammini di speranza. È necessario, allora, far risorgere ogni situazione! E, con la speranza cristiana nel cuore, facendo mio il monito di Isaia “Per amore del mio popolo non tacerò” (Is 62,1), congiuntamente al popolo che il vescovo mi ha chiamato a servire, mentre diciamo no a passerellisti di mestiere o a “selfisti” anonimi che si permettono di strumentalizzare anche la tragedia — il dominio della lingua, ammonisce la Scrittura, non è tanto il controllo della diffusa mormorazione, quanto la moderazione del comportamento: più che polemizzare, bisogna testimoniare —, chiediamo, nell’imminenza della Pasqua, alle nostre Istituzioni — al Presidente Roberto Occhiuto, all’assessore Gallo, all’assessore Straface, ai consiglieri regionali e ai parlamentari del territorio, e al nostro carissimo Sindaco Iacobini — di aiutarci a trasformare il fango distruttore in un nuovo collirio di vita, mantenendo fede ai ristori promessi, per riaccendere nel cuore del nostro popolo la fiammella della risurrezione. Non è il tempo delle polemiche — ha sottolineato il nostro vescovo nella celebrazione delle Ceneri a Lattughelle —, ma dell’ascolto, del dialogo e della corresponsabilità. Lattughelle è un popolo generoso, onesto e laborioso, non chiede il paradiso in terra, ma semplicemente quello che ogni popolo dovrebbe avere. Il nostro vescovo si conferma testimone di umanità con la scelta di celebrare nella nostra comunità di Lattughelle la Lavanda dei piedi, nel Giovedì Santo ormai prossimo. Tale gesto, che nella sua dinamica più intima vuole essere un richiamo alla responsabilità, mi porge ancor più l’occasione per chiedere alle nostre Istituzioni — che non smettiamo di ringraziare per quanto fatto nella fase emergenziale — un segno tangibile di ulteriore prossimità – magari come chiede anche il nostro vescovo: uno scambio di auguri prepasquali — per convertire, con gesti di concretezza, la simbolica della lavanda in un autentico lavacro di rinascita.