Corigliano-Rossano, educare alla noia: il metodo di Renzo per rafforzare autonomia e salute mentale
A Corigliano-Rossano il percorso educativo guidato da Teresa Pia Renzo punta sulla “noia sana” come strumento di crescita. La distinzione tra noia fisiologica e cronica, i rischi dell’iper-programmazione e dell’abuso di tecnologia, il valore delle pause dopo pranzo nella scuola e gli effetti su autonomia, autocontrollo e salute mentale dei bambini nella Sibaritide
CORIGLIANO-ROSSANO – A Corigliano-Rossano la pedagogista Teresa Pia Renzo introduce pause senza stimoli nella sua scuola: dieci minuti di “noia attiva” per bambini. Obiettivo: sviluppare creatività, resilienza e stabilità emotiva.
«Una generazione che non tollera la noia è una generazione di uomini piccoli, nei quali ogni impulso vitale appassisce». Sono le parole del filosofo Bertrand Russell ad ispirare una nuova riflessione profonda, nel cammino educativo inaugurato dalla pedagogista Teresa Pia Renzo, che questa volta si sviluppa nelle trame della noia. «Non è un vuoto da riempire a tutti i costi – dice - ma una condizione sana e necessaria per la crescita mentale ed emotiva di bambini e adolescenti».
La pedagogista chiarisce subito una distinzione fondamentale. «Esiste una noia cronica, che può diventare chiusura, isolamento, disagio, fino a sfociare in disturbi comportamentali o alimentari. Ma esiste anche una noia sana, fisiologica, che nasce nei momenti in cui apparentemente non si fa nulla. In quei momenti – spiega – il cervello si ricarica. Come si ricarica un cellulare, così si ricarica la mente. Se non colmiamo subito quel vuoto con uno smartphone o con la televisione, diamo spazio alla creatività, al pensiero, al confronto con sé stessi».
La professionista, che da oltre vent’anni si occupa della crescita sin dall’età della prima infanzia, pone l’attenzione su un fenomeno diffuso, quello dei bambini iper-caricati di attività, ogni giorno, senza pause. «È giusto – dice ancora - che frequentino la scuola, è positivo che svolgano attività, ma riempire ogni spazio della giornata per evitare che si annoino è un errore grave. Perché la noia è il desiderio di desiderare. Quando tutto è già programmato e disponibile, si perde la capacità di attendere, di immaginare, di creare. Senza attesa non c’è crescita».
Per spiegare il concetto, la pedagogista propone un’immagine concreta: una stanza senza giochi, con due o tre bambini. Privati di stimoli preconfezionati, quei bambini sono costretti a inventare. Devono creare un gioco, stabilirne le regole, organizzarlo. «In quel momento – sottolinea – accade qualcosa di straordinario a livello cerebrale. Il bambino pensa, struttura, elabora. Sta crescendo. La creatività nasce dall’assenza di distrattori, non dalla loro moltiplicazione».
Nella scuola diretta da Teresa Pia Renzo esiste un momento preciso dedicato a questa pausa attiva. Dopo pranzo, dopo l’igiene e prima della ripresa delle attività, i bambini si fermano cinque o dieci minuti senza stimoli, senza giochi, senza consegne. «È un momento di blackout apparente – chiarisce – ma in realtà è un tempo educativo preziosissimo. Insegniamo ai bambini a gestire l’attesa, a tollerare la frustrazione, a stare con sé stessi. Un passaggio che contribuisce alla costruzione dell’autonomia e della stabilità emotiva».
«La capacità di tollerare la frustrazione, come ricordano diversi studiosi contemporanei, è una competenza centrale per la salute mentale. Fermare un bambino, non offrirgli subito un’alternativa, significa aiutarlo a strutturare resilienza e autocontrollo. Chi non sa stare nella noia – afferma Renzo – rischia di cercare continuamente stimoli esterni per riempire un vuoto che dovrebbe imparare ad abitare».
La pedagogista, quindi, mette in guardia da una visione distorta del fenomeno. «La noia – precisa - non è trascuratezza né disinteresse. È una condizione che nasce spontaneamente e che va vissuta, non ricercata artificialmente ma nemmeno cancellata con la tecnologia. Staccare la spina, restare dieci minuti senza fare nulla, non è perdita di tempo. È salute mentale. È educazione al pensiero. È costruzione dell’identità. Insomma, imparare ad annoiarsi è una delle più alte forme di educazione contemporanea».