Domenico Mazza e la sfida del "depaving" in Calabria
Non serve meno cemento, ma cemento dove serve. Secondo Mazza, la Calabria non soffre di un eccesso di cemento in senso assoluto, quanto di un cemento mal distribuito
Progettare il futuro di un territorio fragile e complesso come quello calabrese non significa imboccare la strada della decrescita né rinunciare alle opere necessarie per rompere lo storico isolamento della regione. Tuttavia, il modello di sviluppo finora seguito richiede una profonda e non più rinviabile svolta culturale. È questa la tesi di fondo dell'intervento di Domenico Mazza, che individua nel depaving – la de-pavimentazione e la rimozione fisica dell'asfalto e del cemento inutili – lo strumento chiave per la rigenerazione urbana e la tutela idrogeologica.
Secondo Mazza, la Calabria non soffre di un eccesso di cemento in senso assoluto, quanto di un cemento mal distribuito: piazzali sottoutilizzati e infrastrutture sovradimensionate convivono con strade dissestate e opere prioritarie che restano incompiute da decenni.
Cos'è il depaving: il modello europeo e il principio di reciprocità
Il depaving è una pratica già affermata in diverse realtà internazionali ed europee – da Leuven in Belgio, che ne ha fatto il perno della propria strategia climatica, fino al Piano Urbanistico Comunale di Genova. Consiste nello smantellamento del suolo impermeabilizzato per restituire alla terra la sua funzione naturale: assorbire l'acqua piovana, respirare e mitigare il microclima.
«La vera svolta culturale sta nel principio di reciprocità», spiega Domenico Mazza. «Dove nasce il nuovo, il vecchio deve tornare alla terra. Il depaving non frena chi costruisce: corregge chi ha costruito male. Non è un limite al fare, ma il completamento del fare».
Dai centri urbani alle piane alluvionali: un errore diffuso
L'analisi spazia dalla viabilità alla progettazione delle piazze urbane, fino alle aree industriali della regione. Viabilità e infrastrutture: la realizzazione di strade a quattro corsie laddove ne basterebbero due comporta costi doppi, maggiore manutenzione e un'inutile sottrazione di suolo. Allo stesso modo, la mancata rimozione delle vecchie carreggiate abbandonate crea "cicatrici impermeabili" sul territorio.
Le piazze "balena": nelle aree urbane – con il caso citato di Piazza Bilotti a Cosenza e di altre piazze realizzate in vari comuni calabresi – l'eccesso di mattoni e cemento a scapito del verde ha creato vere e proprie isole di calore, incapaci di restituire ossigeno.
Il rischio idrogeologico: lungo l'asta del Crati, nella piana dello Jonio, nel Gioiese e nel Lametino, la sovrapposizione di capannoni mai decollati, piazze e viabilità secondaria ha trasformato il territorio in uno "scivolo" artificiale. Durante le piogge intense, l'acqua non trova più la spugna naturale del terreno, trasformandosi in uscite alluvionali devastanti.
La proposta: inserire il depaving come obbligo nei bandi pubblici
Per uscire dalla logica dell'emergenza e dal circolo dei danni da maltempo, Mazza propone una vera e propria pianificazione circolare, sul modello di regioni come l'Emilia-Romagna. La critica si rivolge anche all'impiego dei fondi del PNRR, spesso utilizzati dai Comuni per opere di arredo urbano e riqualificazione senza l'integrazione di alcun criterio di compensazione ambientale.
La soluzione proposta è chiara e vincolante: rendere il depaving un requisito obbligatorio nei bandi regionali e comunali di riqualificazione e ammodernamento infrastrutturale. Ogni nuova opera pubblica dovrà contenere per legge un piano di restituzione del suolo, trasformando le aree liberate in bacini di laminazione naturale e corridoi ecologici.
«L'uomo prende, ma deve anche restituire», conclude Mazza. «Non c'è futuro per la Calabria senza pareggiare i conti con la terra».