“Sono un Arbëresh”, ad Acquaformosa il libro che racconta la rivoluzione civile di Manoccio
Il 10 luglio alle 18.30 la presentazione del volume firmato da Francesco Donnici con Giovanni Manoccio. Al centro la storia del borgo arbëreshë del Pollino diventato modello europeo di accoglienza, resistenza civile e incontro tra popoli
ACQUAFORMOSA - C’è una Calabria che non si è arresa allo spopolamento, alla marginalità e alla retorica dei piccoli paesi destinati a spegnersi lentamente. È la Calabria di Acquaformosa, borgo arbëreshë del Pollino che ha scelto di trasformare l’accoglienza in politica pubblica, la memoria in futuro e la diversità in una forza comunitaria.
Questa storia diventa libro con “Sono un Arbëresh. Acquaformosa, terra di resistenza civile e incontro di popoli”, il volume firmato da Francesco Donnici con Giovanni Manoccio, che sarà presentato ad Acquaformosa il prossimo 10 luglio alle ore 18.30.
Non è soltanto la presentazione di un libro. È il ritorno di una storia nel luogo in cui quella storia è nata, cresciuta e diventata esempio oltre i confini calabresi.
Il volume raccoglie e restituisce la testimonianza di Giovanni Manoccio, protagonista di una lunga esperienza di impegno civile e politico che ha contribuito a trasformare Acquaformosa da classico racconto di spopolamento delle aree interne in manifesto di resistenza e rinascita.
Al centro c’è il percorso di un borgo che, grazie ai progetti di accoglienza delle persone migranti coordinati dall’Associazione “Don Vincenzo Matrangolo” e alla caparbietà della sua comunità, ha saputo costruire un modello di convivenza riconosciuto a livello nazionale ed europeo.
Nel racconto del libro prende forma la vicenda pubblica di Manoccio, definito il “sindaco tempesta”, primo a dichiarare il proprio Comune “deleghistizzato” e capace di viaggiare, come recita la scheda editoriale, in direzione ostinata e contraria.
Una scelta politica e umana maturata dentro battaglie concrete: contro la chiusura delle scuole, contro il taglio dei servizi essenziali, contro la criminalizzazione dello “straniero”, contro l’idea che i piccoli comuni dell’entroterra debbano semplicemente amministrare il proprio declino.
Acquaformosa, invece, ha provato a fare il contrario. Ha legato la memoria del grande esodo albanese del XV secolo alle migrazioni mediterranee del nostro tempo, costruendo un ponte tra identità arbëreshë, accoglienza contemporanea e diritto alla vita.
Una delle frasi riportate nel volume sintetizza il cuore di questa visione: «Esiste un solo diritto di cittadinanza a questo mondo: lo Ius vivendi, il diritto di vivere, che non può avere limiti e non necessita della legittimazione di alcun sovrano o sovranista».
A firmare il volume è Francesco Donnici, giornalista e giurista, Ph.D. candidate in “Studi sulla criminalità organizzata” presso l’Università di Milano, già tutor didattico del Master Antimafia e Anticorruzione. Ha lavorato per il Corriere della Calabria e collabora con diverse testate e riviste, tra cui lavialibera del Gruppo Abele, occupandosi di criminalità organizzata, diritti e migrazioni.
Con “Sono un Arbëresh”, Donnici raccoglie la voce di Manoccio e la inserisce dentro una storia più ampia: quella di un paese che ha saputo fare dell’accoglienza non una parentesi emergenziale, ma un progetto politico, sociale e culturale.
Il libro, con prefazione di Francesco Savino e postfazione di Annarosa Macrì, diventa così un racconto di comunità. Non soltanto la biografia politica di un amministratore, ma la testimonianza di un territorio che ha provato a rispondere allo svuotamento delle aree interne con una scelta netta: aprire porte, scuole, case, relazioni.
La presentazione del 10 luglio assume quindi un valore particolare. Perché parlare di “Sono un Arbëresh” ad Acquaformosa significa riportare quelle pagine nel loro luogo naturale: tra le strade, le case e le persone che hanno reso possibile questa esperienza.
In un tempo in cui i piccoli borghi continuano a fare i conti con spopolamento, servizi ridotti, isolamento e diseguaglianze territoriali, la storia di Acquaformosa pone una domanda molto attuale: i paesi interni devono soltanto sopravvivere o possono ancora diventare laboratori di futuro?
La risposta che arriva da questa esperienza è chiara. Possono diventarlo, se scelgono di non chiudersi. Se trasformano la propria identità in incontro e non in recinto. Se comprendono che la memoria, per restare viva, deve saper dialogare con il presente.
“Sono un Arbëresh” racconta proprio questo: un borgo del Pollino che non ha smesso di credere nella propria storia e, proprio per questo, ha saputo accogliere altre storie.
Il 10 luglio, alle 18.30, Acquaformosa si prepara a ritrovarsi attorno a un libro che non parla soltanto del passato. Parla del diritto di vivere, di restare, di arrivare, di appartenere. E di una Calabria che, quando sceglie il coraggio, può ancora indicare una strada.