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DIARI DI STORIA | Campana, il mistero dell’opificio rupestre che riscrive la storia della Sila Greca

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Anticamente chiamato Kalasarna, Campana è diventata famosa per i megaliti dell’Incavallicata, meglio noti come Elefante di Pietra. In realtà il suo territorio è ricco di innumerevoli altri megaliti preistorici antropomorfi (il gigante di pietra), zoomorfi con sembianze di gorilla, balena, serpenti, accanto ad un sistema grottale con ambienti intercomunicanti di grande suggestione (grotte di Rubillo e Guardia). A questi si aggiungono massi calcarei singolari a cielo aperto, appositamente lavorati in epoca preistorica e destinati ad attività produttive. Tra questi si annoverano alcuni palmenti da vino scavati nella pietra (vedi in località Ciglio a ridosso del Fiumenicà) e soprattutto un esemplare minuscolo di supposto palmento in miniatura, meglio da considerare come opificio rupestre, di un metro e mezzo di lunghezza ed uno in altezza, su cui mi voglio soffermare proprio per la sua tipicità originale, forse unica nella zona, mentre testimonianze analoghe sono presenti nella Valle d’Itria in Puglia (Cisternino e Locorotondo), in Basilicata (S. Chirico) ed in Sicilia (Pantalica e Cava d’Ispica).

A segnalare questo “masso calcareo misterioso”, rintracciato casualmente in cima ad un cucuzzolo in località Cozzo del Leone nascosto dentro una folta vegetazione, è stato il campanese Carmine Petrungaro che l’ha fatto conoscere con i suoi straordinari filmati molto professionali, di cui gli sono pubblicamente grato. Prospiciente il centro abitato di Campana e a ridosso del Fiumenicà, antico Hylias, ad un esame attento del manufatto, per quanto le forme appaiano sfumate e rose dal tempo, vi si rilevano vaschette di 10-30 cm. scavate a forma geometrica quadrata e rettangolare, certamente non prodotte da cause naturali, ma opera dell’uomo, per ricavarne non un palmento da vino o olio in miniatura come potrebbe sembrare, ma un piccolo laboratorio per la macerazione e lavorazione di erbe particolari, bacche di vario tipo, licheni, radici, che venivano pestati e resi in poltiglia nella vaschetta superiore. Con l’aggiunta di poca acqua la poltiglia ottenuta veniva poi fatta scorrere attraverso le altre vaschette che servivano per separare il sedimento e concentrare il liquido nell’ultima vaschetta lasciandolo diventare più denso ed ottenere il pigmento, cioè la sostanza poi usata per tingere tessuti e per preparare impiastri e unguenti medicamentosi naturali.

A questo induce il fatto che le vaschette sono incavate su una superficie piana, collegate tra loro da canaletti funzionali allo scolo del liquido verso l’ultima vaschetta della decantazione. Ugualmente la circostanza che il monolito scavato si trovi all’aperto, su un’altura di campagna, oltre naturalmente alle esigue dimensioni, lasciano intendere che non si può trattare, come prima rilevato, di un eventuale palmento agricolo da olio o da vino, che dovrebbe avere dimensioni e forme molto più grandi ed articolate, quanto piuttosto, come si diceva, di un piccolo opificio speciale con funzione particolare, quasi sacrale. Il nostro, allora, potrebbe essere definito più appropriatamente un piccolo opificio litico di trasformazione di radici, semi e bacche, alla cui lavorazione erano destinate le piccole vaschette, gli scoli di decantazione, il flusso controllato del liquido macinato, il tutto incavato su un unico piccolo masso. Esemplari di questi laboratori si riscontrano nei templi megalitici di Hagar Qinn a Malta; in santuari rupestri con vasche comunicanti per la produzione di ocra sacra in Spagna, ed inoltre nella Sardegna nuragica o nelle caverne sacre della Slovenia.

Con questi presupposti, a questo punto, appare naturale ed importante individuare l’epoca a cui far risalire l’opificio e a chi attribuirne la fattura, problemi questi non di poco conto, la cui soluzione richiederebbe minuziose analisi scientifiche di laboratorio. Per avere indicazioni almeno orientative plausibili, pur con i dubbi interpretativi che possono sorgere dalla scelta, ho voluto sottoporre il problema all’Intelligenza Artificiale fornendo come documento di lettura la foto del masso misterioso, la stessa qui riprodotta.

La risposta è stata che il masso sarebbe espressione di una civiltà rupestre pre-italica, precedente agli Enotri, ai Greci, ai Brettii e ai Romani, databile tra il 2800 e il 1500 a.C. in piena età del bronzo, escludendo altresì come ipotesi il Neolitico o il successivo periodo ellenistico o romano. L’epoca ipotizzata indurrebbe a considerare che le vaschette, tipiche del medio bronzo, potrebbero fare pendant ed essere rapportate anche col coevo sistema megalitico difensivo ionico-silano delle città-fortezza murate e fortificate di Castiglione di Paludi e delle Muraglie-Cerasello di Pietrapaola.

Anche se singolare, l’illazione non sembra peregrina ove si pensi che per i centri fortificati menzionati si possono aprire prospettive storiche che anticiperebbe di parecchio la loro costruzione rispetto alla convinzione corrente di centri fortificati brettii, che se mai potrebbero essere stati da loro consolidati. Le cinte murarie con megaliti così colossali, a quanto riferisce Vincenzo Padula nel suo scritto “Protogea” del 1871, sarebbero opera dei Pelasgi, popolazioni indigene spesso non localmente identificabili, che hanno abitato il Mediterraneo e l’attuale Calabria ancora prima degli Enotri lasciando un’impronta significativa, ma sfuggente, della loro presenza storica proprio attraverso simili costruzioni ciclopiche riscontrate altrove anche in Calabria.

A questo punto vorrei spostare l’attenzione anche agli straordinari megaliti difensivi a forma squadrata a parallelepipedo di Pietrapertusa dell’antica Kalasarna (Campana), strutturati in posizione strategica lungo l’antico Hylias, oggi Fiumenicà, che possono essere abbinati con questo unico sistema difensivo megalitico opera degli stessi attori prolungando così, senza forzare nulla, la più gettonata e nota linea difensiva collinare brettia e pre-brettia del trinomio Castiglione di Paludi-Cerasello di Pietrapaola-Prujia di Terravecchia. Pietrapertusa, tra l’altro, non è molto distante da Prujia di Terravecchia e potrebbe esserne per la sua natura particolare la continuazione fisiologica.

In verità per affrontare e risolvere il problema occorrerebbe avere dagli enti preposti un po’ più di generosità nella pianificazione dei programmi della ricerca archeologica, tenuto conto delle molteplici e ricche testimonianze archeologiche presenti nel territorio anche di Campana, ma non solo, già note ed attenzionate dagli stessi studiosi. Basti pensare in particolare, per esempio, al tesoretto di 78 monete di varia provenienza del IV-III secolo a. C., oggi conservato nel Museo Nazionale di Reggio Calabria, o ai tre vasi in ceramica istoriata a fondo nero del V-IV a.C., di cui uno nel Museo di Sibari, o ancora alle tombe romane del III-II a. C., reperti tutti casualmente e progressivamente rinvenuti a partire dal 1934 rispettivamente nelle località Torracca, Caprella, S. Marina, Ronza Vecchia e Pignataro di Campana.

Per concludere sul nostro masso-opificio rupestre, anch’esso, come del resto gli altri megaliti e tutto il complesso del patrimonio archeologico e culturale rinvenuto, raccontano una lunga storia plurimillenaria ricca di spunti e di nodi che hanno bisogno più che mai di essere considerati e valorizzati, soprattutto se si tratta di elementi qualificanti la stessa identità di popolo. Ed in questo caso, questa come le altre evenienze con referenze pregresse rispetto ai nuovi conquistatori, stanno a significare che l’arrivo degli Enotri, dei Greci e di tutti gli altri non è avvenuto nel deserto antropico, anche se bisogna riconoscere ai nuovi arrivati l’aver saputo metabolizzare e rivitalizzare con apporti e atteggiamenti nuovi il preesistente vissuto economico e culturale degli aborigeni, ai quali occorre peraltro riconoscere, senza tema di smentita, la saggezza di essersi saputi integrare pacificamente senza lasciarsi radicalmente colonizzare dai sopraggiunti.

Luigi Renzo
Autore: Luigi Renzo

nato a Campana, è sacerdote dal 1971. Per oltre trent'anni parroco a Rossano, ricoprendo anche gli incarichi di Vicario Generale dell’Arcivescovo, Direttore del Museo Diocesano e dell’Ufficio regionale per i Beni Culturali Ecclesiastici. Ha conseguito il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense e la laurea in Pedagogia all’Università di Urbino. Ha insegnato nelle scuole statali ed è stato docente di Beni Culturali e Antropologia Culturale presso il Seminario Teologico di Cosenza. Giornalista e Socio delle Deputazione di Storia PatriaCalabria, ha al suo attivo innumerevoli pubblicazioni ottenendo diversi premi letterari anche nazionali. Nel 2007 vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, è diventato vescovo emerito nel 2021. È rientrato nella sua diocesi di origine e oggi vive a Corigliano-Rossano. All’interno della CEC è stato Vescovo delegato per le Comunicazioni Sociali e Beni Culturali nel ruolo di Segretario; membro Commissione Comunicazioni Sociale della CEI