Strage di Amendolara, le salme nell’obitorio del cimitero: dieci giorni per reclamarle, poi la tumulazione
Dopo l’autopsia al Giannettasio di Corigliano-Rossano, i corpi dei quattro braccianti sono stati trasferiti nel borgo jonico. Intanto la CGIL incontra Regione e VI Commissione: «Non fu solo una lite tra stranieri, si guardi al sistema del caporalato»
AMENDOLARA - Le salme di Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, Waseem Khan, 29 anni, Amin Fazal Khogjani, 28 anni, e Safi Iayjad, 27 anni, i quattro lavoratori migranti di origine afghana e pakistana bruciati vivi in un’auto davanti a un rifornimento di benzina lungo la Statale 106, ad Amendolara, lo scorso 1 giugno, sono state trasferite nell’obitorio del cimitero comunale.
Il trasferimento è avvenuto dopo l’autopsia eseguita ieri mattina sui corpi presso l’ospedale Giannettasio di Corigliano-Rossano. Le quattro salme resteranno ora nell’obitorio del cimitero di Amendolara per i prossimi dieci giorni. Entro questo termine, eventuali familiari, aventi diritto o soggetti legittimati potranno reclamarle per procedere alle successive disposizioni funebri.
In assenza di richiesta, secondo le procedure previste dalla normativa di polizia mortuaria e dalle disposizioni dell’autorità competente, sarà il Comune a provvedere alla sepoltura. Una regola che interviene nei casi in cui, concluse le attività medico-legali e giudiziarie necessarie, non vi siano familiari o persone che rivendichino formalmente il corpo.
È un passaggio burocratico, certo. Ma dentro questa vicenda assume un peso umano enorme. Perché quei quattro corpi, oggi, raccontano anche la solitudine estrema di tanti lavoratori stranieri: uomini arrivati nella Piana di Sibari per lavorare nei campi, spesso lontani dalle famiglie, dalle reti di protezione, da una comunità stabile capace di accompagnarli anche nella morte.
Intanto, mentre l’inchiesta giudiziaria prosegue, la strage di Amendolara entra sempre di più nel dibattito politico e sindacale regionale. Nel pomeriggio di ieri la CGIL Calabria, con la segretaria regionale Celeste Logiacco, e la Flai CGIL Calabria, con i componenti di segreteria Bruno Costa e Battista Platì, hanno incontrato prima la VI Commissione del Consiglio regionale e poi il presidente della Regione Roberto Occhiuto e l’assessore al Lavoro Giovanni Calabrese.
Al centro del confronto, il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento lavorativo, tornato drammaticamente al centro dell’attenzione dopo la barbara uccisione dei quattro giovani lavoratori.
La CGIL ha ribadito richieste che porta avanti da tempo: reale applicazione della legge 199 del 2016 contro il caporalato, rafforzamento delle ispezioni e dei controlli nel lavoro agricolo e negli altri settori esposti allo sfruttamento, potenziamento della Rete del Lavoro Agricolo di Qualità, dei centri per l’impiego e degli strumenti pubblici di collocamento.
Il punto, per il sindacato, è ridurre il più possibile lo spazio lasciato ai caporali. Perché quando il lavoro non passa attraverso canali trasparenti, quando i trasporti sono informali, quando gli alloggi sono precari, quando il lavoratore migrante non conosce i propri diritti o ha paura di perderli, il sistema dello sfruttamento trova terreno fertile.
La CGIL insiste anche sulla necessità di maggiori tutele per i lavoratori migranti, spesso più esposti a ricatti abitativi e lavorativi. Per il sindacato servono interventi su trasporti, alloggi e filiere produttive, perché il caporalato non è soltanto un problema criminale, ma anche economico, organizzativo e sociale.
Ed è proprio qui che si gioca la battaglia culturale più importante. Perché, secondo la CGIL, è sbagliato e pericoloso leggere la strage di Amendolara come una semplice “lite tra stranieri”. Una riduzione che finirebbe per svuotare di significato la morte dei quattro lavoratori e per oscurare il contesto più ampio nel quale la tragedia è maturata.
Per il sindacato, quella vicenda va invece collocata dentro un sistema fatto di sfruttamento lavorativo, caporalato, omertà e responsabilità diffuse lungo la filiera agricola. Dietro la drammatica uccisione non ci sarebbe soltanto l’azione di singoli caporali, ma una rete organizzata capace di gestire reclutamento, trasporto e impiego dei lavoratori agricoli.
Il tema, quindi, non è soltanto giudiziario. È politico, sociale ed economico. E riguarda l’intera Calabria agricola, a partire dalla Piana di Sibari, dove migliaia di lavoratori stagionali, regolari, irregolari o sospesi in zone grigie giuridiche, contribuiscono ogni anno alla ricchezza delle filiere produttive senza ricevere, troppo spesso, dignità, sicurezza e protezione.
La morte di Ullah, Waseem, Amin e Safi non può essere archiviata come un episodio isolato. Ora che i loro corpi attendono nell’obitorio di Amendolara, il territorio è chiamato a decidere se limitarsi al cordoglio o se guardare fino in fondo dentro il sistema che rende tanti braccianti invisibili da vivi e soli perfino da morti