Violenza giovanile, Renzo si rivolge gli adulti: «La libertà non è assenza di regole»
La pedagogista di Corigliano-Rossano sollecita famiglie, scuole e istituzioni a recuperare la responsabilità educativa: «Non possiamo chiedere ai giovani di rispettare ciò che gli adulti per primi aggirano»
CORIGLIANO-ROSSANO - Trentottomila? No, quasi quarantamila segnalazioni di minorenni denunciati o arrestati in Italia nel 2025: 39.600, il 34% in più rispetto al 2019. E mentre il numero complessivo dei delitti denunciati registra una flessione dell’1,8%, il coinvolgimento dei giovanissimi in alcune forme di violenza continua a destare preoccupazione. Gli scontri nelle piazze italiane del 17 e 18 ottobre, con devastazioni, saccheggi e numerosi minorenni coinvolti, ripropongono una domanda che nessun dibattito televisivo può esaurire: quale educazione abbiamo consegnato alle nuove generazioni se la libertà viene sempre più spesso confusa con la possibilità di sottrarsi alle regole? È l’interrogativo dal quale parte la riflessione della pedagogista Teresa Pia Renzo, direttrice del Polo Infanzia Magnolia di Corigliano-Rossano, che chiama in causa anzitutto le responsabilità del mondo adulto.
Accendiamo la televisione – sottolinea la pedagogista - e assistiamo a un interminabile confronto tra chi invoca maggiore severità e chi cerca spiegazioni per ogni comportamento. Si discute delle violenze nelle piazze, delle aggressioni agli insegnanti, dei ragazzi che escono di casa armati. Ma il problema rimane. E continuerà a rimanere finché non avremo il coraggio di riconoscere che una parte di questa deriva nasce da una responsabilità educativa che abbiamo progressivamente abdicato.
Il bambino che cresce senza incontrare un limite comprensibile e coerente rischia di interpretare ogni contrarietà come un'ingiustizia e ogni regola come un'imposizione arbitraria. Abbiamo scambiato – osserva - il rispetto dell'infanzia con la necessità di assecondare continuamente i figli. Ma educare alla libertà significa esattamente il contrario: fornire gli strumenti per esercitarla senza compromettere quella degli altri. Il dialogo, fondamentale nella relazione educativa, non può trasformare ogni decisione familiare in una trattativa interminabile. Ascoltare un bambino significa riconoscerne i bisogni, non trasferirgli responsabilità e poteri decisionali che spettano agli adulti.
La riflessione investe anche le recenti violenze urbane. Episodi che non rappresentano la totalità dei manifestanti, ma che impongono una distinzione netta tra il diritto costituzionale alla protesta e la responsabilità individuale di chi commette violenze. Manifestare – sottolinea Renzo – è una delle espressioni più alte della libertà democratica. Distruggere la vetrina di un commerciante, saccheggiare un'attività o aggredire un agente non significa rivendicare un diritto. Significa colpire persone che non possono diventare il bersaglio della propria rabbia. E nessuna insoddisfazione sociale può trasformare automaticamente un atto violento in una protesta legittima.
La diffusione di coltelli tra i giovanissimi rende ancora più urgente questa distinzione. Secondo il rapporto Disarmati di Save the Children, le segnalazioni di minori per porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere sono passate da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024. Il disagio, le fragilità personali e le condizioni familiari meritano attenzione e interventi appropriati, ma non possono cancellare la gravità delle condotte. - Quando un insegnante viene aggredito – aggiunge ancora - quando qualcuno viene ferito, dobbiamo certamente interrogarci sulle ragioni di quella violenza. Ma non possiamo dimenticare la vittima né lasciare intendere che comprendere significhi automaticamente assolvere. La funzione educativa della conseguenza è proprio insegnare che ogni scelta produce effetti dei quali bisogna rispondere.
Se un cittadino sa che parcheggiando in divieto riceverà una multa, ma spera di evitarla perché conosce il vigile di turno, quale esempio sta offrendo? Quando una norma diventa negoziabile attraverso un favore, viene meno il principio stesso della convivenza. Non è soltanto questione di introdurre nuove sanzioni, ma di assicurare che quelle esistenti siano applicate con imparzialità e proporzione. La credibilità delle istituzioni, infatti, costituisce essa stessa una forma di educazione civica.
Ho l'impressione – conclude Teresa Pia Renzo – che l'Italia sia diventata un Paese dei balocchi nel quale tutti pretendono diritti, ma troppi considerano facoltosi i doveri. Non possiamo chiedere ai giovani di rispettare ciò che gli adulti per primi aggirano, né pensare di risolvere ogni emergenza moltiplicando discussioni, convegni e dichiarazioni. Servono famiglie capaci di esercitare il proprio ruolo educativo, scuole sostenute nella loro autorevolezza e istituzioni che sappiano garantire regole uguali per tutti. La libertà non nasce dall'assenza di limiti, ma dalla capacità di riconoscerli. È questo che dobbiamo tornare a insegnare, cominciando dalla prima infanzia. Perché una società che rinuncia a educare alla responsabilità non può poi meravigliarsi quando quella responsabilità viene meno.