Una notte al pronto soccorso e mille domande appese: la storia di Anna che racconta gli ultimi giorni di suo padre
Dolori segnalati, difficoltà di ascolto e un verbale contestato: la donna racconta l’accesso del padre al pronto soccorso di Rossano e quell'incubo che accompagnò al decesso venti giorni dopo
CORIGLIANO-ROSSANO – Alle 7.54, secondo quanto riferisce Anna, nel verbale del pronto soccorso compare un’annotazione: la figlia è stata informata delle condizioni del padre, le è stato chiesto di restare, ha rifiutato ed è andata a casa. Anna contesta quella ricostruzione. Dice di essere uscita intorno alle 3.30, dopo aver avvisato il medico e aver ricevuto il consenso ad allontanarsi.
È uno dei passaggi sui quali oggi la donna chiede chiarezza. L’orario di registrazione, da solo, non dimostra quando si siano svolti i fatti descritti. Ma quelle righe, per lei, raccontano una notte diversa da quella vissuta accanto al padre Pasquale, al pronto soccorso dell’ospedale Giannettasio di Rossano, tra il 26 e il 27 agosto.
L'uomo sarebbe morto circa venti giorni dopo. Non è accertato alcun collegamento tra il decesso e l’assistenza ricevuta durante quell’accesso. Resta la testimonianza della figlia, con contestazioni che richiedono riscontri nella documentazione clinica e una risposta della struttura sanitaria.
Anna parte da una circostanza precisa: suo padre era affetto da demenza grave da diversi anni. Per questo, sostiene, non poteva ricostruire in modo attendibile i propri disturbi. A raccontarli doveva essere lei.
Il primo episodio riferito dalla donna risale al 15 agosto. Pasquale aveva avuto una forte dissenteria. Anna racconta di aver chiamato il 118 e di aver atteso oltre due ore prima dell’arrivo dei soccorritori. Secondo la sua ricostruzione, il personale avrebbe inizialmente prospettato l’idratazione a domicilio e il successivo trasferimento al pronto soccorso. Poi, dopo un contatto telefonico con il medico, il trasporto sarebbe stato escluso.
Il 25 agosto, riferisce ancora Anna, erano comparsi dolori addominali e difficoltà a evacuare. Il giorno successivo quei problemi persistevano. In più, Pasquale era caduto in casa, procurandosi un ematoma sulla fronte. Una nuova chiamata al 118 lo aveva quindi portato al Giannettasio. L’arrivo sarebbe avvenuto intorno alle 19. Mentre la visita, circa due ore più tardi.
«Le domande dovevano rivolgerle a me»
È nella sala visite che, secondo Anna, il confronto con il medico si sarebbe fatto difficile. «Sono intervenuta subito chiedendo al medico di rivolgersi a me e non a mio padre, proprio perché mio padre era affetto da demenza grave e non sarebbe stato in grado di fornire le giuste risposte».
La donna sostiene che il sanitario avesse invece giudicato Pasquale calpace di collaborare e l’avesse invitata ad accomodarsi fuori. Racconta di aver provato a spiegare che la caduta aveva determinato l’accesso, ma che nei giorni precedenti il padre aveva manifestato anche malesseri addominali. Il medico, nella sua versione, avrebbe risposto che si sarebbe occupato del trauma cranico, chiedendole nuovamente di uscire. Circa mezz’ora dopo sarebbe stata richiamata: il padre non poteva restare solo. Anna sarebbe quindi rimasta con lui per una parte della permanenza. Nel frattempo, riferisce, l'uomo era stato sottoposto a un prelievo venoso e a una Tac.
A mezzonotte l'annuncio delle dimissioni
Intorno a mezzanotte, prosegue il racconto, il medico del pronto soccorso si sarebbe presentato alla donna comunicando che gli esami erano negativi e che si preparava a dimettere il paziente. Nella stessa occasione le avrebbe parlato di un problema vescicale sul quale il personale era intervenuto.
Anna dice di aver segnalato ancora una volta che il padre non riusciva a evacuare da due giorni. Tant'è che nella sua lettera inviata alla redazione Anna parla di un “blocco intestinale”.
Prosegue la notte, le dimissioni non arrivano. Avvengono in un secondo momento momento mentre all'uomo sarebbero state somministrate delle flebo. Verso le 2.30 Anna racconta di essere tornata a chiedere se fossero previsti ulteriori accertamenti. In caso contrario, avrebbe voluto riportarlo a casa. Le sarebbe stato risposto che non erano programmati altri esami, ma che Pasquale sarebbe rimasto al pronto soccorso fino a mezzogiorno.
Il verbale che Anna oggi contesta
È leggendo il verbale, sostiene Anna, che sarebbero emerse le incongruenze. Contesta anzitutto il passaggio secondo cui il papà avrebbe «negato altri sintomi». La figlia afferma di aver riferito ripetutamente i dolori addominali e le difficoltà a evacuare. Chiede perché, nella documentazione da lei descritta, non trovi riscontro ciò che sostiene di aver comunicato.
Poi c’è l’annotazione delle 7.54 sul suo allontanamento. Anna ne respinge il contenuto: dice di non aver rifiutato una richiesta di restare e di aver avvisato prima di andare via. Racconta inoltre di aver esposto le proprie contestazioni a un altro medico al momento delle dimissioni, apprendendo che il collega aveva fornito una versione differente.
Sta di fatto che circa venti giorni dopo quell’accesso, l'uomo muore. Anna scrive di non avere una spiegazione precisa e torna con il pensiero alle ore trascorse in ospedale. «Si sarebbe potuto salvare? Mi piacerebbe molto avere questa risposta».
La successione delle date non basta a stabilire un rapporto di causa ed effetto. Per rispondere servono il quadro clinico completo, il percorso successivo del paziente e valutazioni competenti. Nella testimonianza consegnata alla redazione non ci sono elementi sufficienti per attribuire responsabilità.
C’è però una richiesta che può essere formulata con chiarezza: sapere come siano stati raccolti e valutati i sintomi dell'uomo e come siano state considerate le informazioni della figlia. È lì che Anna torna, nel suo racconto. A quella notte, alle parole che sostiene di aver pronunciato, alle righe che contesta. E oggi chiede che tra la sua memoria e il verbale si faccia chiarezza.