Il Sud ferma (giustamente) i camion, l’estero prende il mercato. E ora tremano le clementine
Le mancate consegne favoriscono le importazioni. Nella Sibaritide è imminente la raccolta delle clementine: se il fermo dovesse prolungarsi, sarebbero a rischio vendite, redditi e lavoro di un’intera stagione
CORIGLIANO-ROSSANO – I nostri prodotti restano fermi, quelli esteri conquistano spazio. E nella Sibaritide il calendario aggiunge un’altra urgenza: a giorni comincerà la raccolta delle clementine. Se i trasporti dovessero rimanere bloccati, la crisi rischierebbe di investire una delle produzioni simbolo del territorio, compromettendo una stagione dalla quale dipendono aziende, lavoratori e famiglie.
È il paradosso che accompagna la protesta contro il caro carburante: mentre agricoltori e autotrasportatori chiedono condizioni sostenibili per lavorare, l’interruzione delle consegne dal Mezzogiorno spinge i mercati a cercare altre forniture. Il vuoto lasciato dalle produzioni italiane diventa un’opportunità per la concorrenza internazionale.
A favorire questa sostituzione sono la necessità di trovare merce disponibile e il prezzo al quale viene proposta. Il mercato continua ad avere bisogno di prodotti. Se quelli meridionali non arrivano, cerca altrove. Per le nostre aziende il rischio è perdere vendite durante il fermo e dover riconquistare i clienti alla ripartenza.
Clementine, la raccolta non può aspettare all’infinito
Per la Sibaritide il problema assume adesso una dimensione ancora più delicata. L’avvio imminente della campagna delle clementine incrocia una movimentazione delle merci ancora bloccata. Una sovrapposizione che, se dovesse protrarsi, potrebbe trasformare la crisi dei trasporti in un’emergenza per l’intera filiera agrumicola. Insomma una combo mortale per la "microeconomia" della Sibaritide.
La raccolta mette in movimento braccianti, imprese agricole, magazzini di lavorazione, confezionamento e spedizioni. Ogni passaggio dipende dal successivo: raccogliere senza poter collocare e consegnare il prodotto significa esporre le aziende a costi e perdite; rinviare troppo significa fare i conti con la maturazione dei frutti e con le finestre commerciali.
Le clementine non sono merce che può attendere indefinitamente la soluzione di una vertenza. E una campagna commerciale compromessa non si recupera semplicemente facendo ripartire i camion qualche giorno dopo.
Non siamo ancora davanti a una stagione perduta. Ma il rischio, se il fermo dovesse prolungarsi, è quello di danni economici pesantissimi: prodotto non venduto o deprezzato, giornate di lavoro saltate, difficoltà nei magazzini e minori entrate dopo mesi di spese sostenute nei campi. Per aziende già schiacciate dai costi, un colpo potenzialmente devastante.
Mancano le produzioni del Sud, aumentano gli ingressi dall’estero
Il mercato romano mostra intanto una dinamica già in corso. Le mancate consegne riguardano peperoni, melanzane, uva da tavola e pomodori provenienti dal Mezzogiorno e anche dalla Sibaritide. La scarsità dell’offerta alimenta tensioni sulle quotazioni all’ingrosso: i pomodori siciliani Ciliegini e Piccadilly superano i 5 euro al chilo, mentre i Datterini rossi raggiungono i 7,50 euro.
Contemporaneamente aumentano le importazioni per compensare i vuoti: pomodori tondi a grappolo dall’Albania intorno ai 2 euro al chilo e peperoni dalla Spagna a 3,80 euro.
La dinamica commerciale, quindi, è già molto evidente: le forniture estere intercettano una domanda che le produzioni del Mezzogiorno non riescono a soddisfare. Il prezzo conta, soprattutto mentre famiglie e imprese cercano di contenere le spese. Ma conta anche la disponibilità immediata. Un prodotto assente dal mercato non può competere, qualunque siano le sue caratteristiche e il lavoro impiegato per ottenerlo.
Il rischio di perdere anche i clienti
Per le filiere meridionali la posta in gioco va oltre le singole consegne saltate. Ci sono rapporti commerciali costruiti nel tempo, continuità delle forniture e fiducia dei clienti. Una sostituzione nata per necessità può restare occasionale, ma può anche consolidarsi.
Chi oggi compra altrove per non restare senza merce potrebbe continuare a farlo domani. È un rischio che riguarda anche la campagna agrumicola in partenza: presentarsi sui mercati con ritardi o consegne incerte significa offrire spazio ad altri fornitori proprio quando bisogna assicurarsi gli sbocchi commerciali della stagione.
A essere penalizzata sarebbe anche la possibilità dei consumatori di scegliere le produzioni italiane, con le loro specificità territoriali e le garanzie documentate di origine e filiera. Nell’emergenza, disponibilità e costo rischiano di diventare i criteri prevalenti di acquisto.