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Cantinella, la storia sepolta due volte: il muro romano finisce sotto la ghiaia

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CORIGLIANO-ROSSANO – La strada oggi è sistemata. Ed è bene dirlo subito: i lavori di riqualificazione urbana tra Cantinella e Mezzofato erano utili, necessari e hanno migliorato concretamente sicurezza e fruibilità di un tratto attraversato ogni giorno da cittadini e automobilisti.

Ma sotto quella strada, oggi, c’è anche qualcos’altro. Che non si vede più. C’è un pezzo di storia, della nostra storia, riemerso durante i lavori e poi tornato sotto terra. Il complesso murario scoperto nel dicembre scorso a Cantinella, insieme a sepolture e altri reperti, risulta oggi ricoperto da una coltre di ghiaia. Nessuna struttura lasciata a vista. Nessuna sistemazione capace di renderla leggibile. Nemmeno un cartello che dica a chi passa che proprio lì, pochi centimetri sotto i propri piedi, esiste una testimonianza archeologica di grande interesse.

La segnalazione arriva da Anna Maria Brunetti, vulcanica responsabile editoriale de Il Serratore, già amministratrice di Corigliano e oggi componente dell'Associazione culturale Ritorno a Sibari e Thuri, che davanti a quella scena ha condensato tutto in tre parole: «Questi siamo noi...». Ed è davvero difficile trovare una sintesi migliore.

Quel muro che aveva riaperto la storia di Cantinella

Era il 2 dicembre 2025 quando, durante gli interventi sulla ex Statale 106, emerse un articolato sistema murario che attraversava trasversalmente l’attuale sede stradale.

Con le strutture vennero individuate una sepoltura, frammenti ceramici, anfore e altri materiali, aprendo immediatamente un nuovo fronte archeologico in un’area che negli ultimi anni ha restituito più di una sorpresa.


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Le prime ipotesi vennero successivamente precisate dalla Soprintendenza. Non esiste una datazione definitiva della costruzione, ma il complesso sarebbe stato abbandonato tra la fine del IV e gli inizi del V secolo dopo Cristo e potrebbe avere avuto origine tra il I secolo avanti Cristo e il I secolo dopo Cristo.

Tra le ipotesi avanzate: una villa romana oppure, scenario ancora più interessante, un vicus, cioè un insediamento articolato collegato alla viabilità che gravitava intorno alla città romana di Copiae. Insomma, non esattamente quattro pietre qualsiasi.

A gennaio si parlava di renderlo visibile

Ed è qui che la vicenda di oggi diventa più difficile da comprendere. Nel gennaio scorso, a seguito dell'ennesimo sopralluogo al quale hanno partecipato Amministratori comunali e i funzionari della Soprintendenza, la linea comunicata era stata chiara: i lavori di rigenerazione sarebbero andati avanti senza sacrificare la valorizzazione delle scoperte archeologiche.

Anzi, l’obiettivo dichiarato era proprio quello di proseguire le opere rendendo visibili e valorizzando i ritrovamenti.


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Ora i lavori sono conclusi. E il muro non si vede più. È stato nuovamente coperto, presumibilmente secondo le modalità tecniche individuate per consentire la prosecuzione dell’opera. Ed è bene precisare che ricoprire un reperto archeologico può essere anche una scelta conservativa corretta, soprattutto quando lasciare una struttura esposta senza adeguate protezioni rischierebbe di danneggiarla.

Il problema, però, non è soltanto averlo coperto. Il problema è averlo fatto sparire anche dal racconto del luogo.

Un luogo anonimo, dove non c'è nemmeno un cartello. Il profondo oblio

Perché valorizzare non significa necessariamente costruire un parco archeologico da milioni di euro. Si poteva immaginare una porzione visibile protetta. Una piccola sistemazione laterale. Una riproduzione. Un pannello descrittivo. O anche un QR Code con ricostruzione, fotografie dello scavo, interpretazioni degli archeologi e storia dell’area.

Nemmeno una lapidina piccola, come si fa per le cose morte, con l'epitaffio: qui sotto giace un pezzo di muro di età romana di cui a nessuno importa nulla e che forse appartiene alla nostra storia. Niente. Nulla. Inconsapevolezza allo stato puro.

Oggi non c’è neanche quello. Insomma, chi attraversa Cantinella percorre una strada finalmente riqualificata, ma non ha alcun modo di sapere che proprio durante la realizzazione di quell’opera è riemersa una pagina della storia antica del territorio.

Ed è questo che lascia perplessi: che fine ha fatto la valorizzazione annunciata? È prevista una seconda fase? Esiste un progetto? La copertura è temporanea? Sono previsti pannelli, percorsi o ulteriori indagini? La Soprintendenza ha imposto la ricopertura come misura conservativa? E soprattutto: perché, una volta terminati i lavori, non è rimasto nemmeno un segnale che restituisca quel ritrovamento alla memoria collettiva?

Sono domande alle quali Comune e Soprintendenza possono rispondere molto facilmente. E sarebbe utile che lo facessero.

Un territorio che scopre e poi dimentica: costretto all'inconsapevolezza

Anche perché spesso, molto spesso, ci lamentiamo del poco amore, del poco interesse che i cittadini di questo territorio hanno nei confronti del proprio patrimonio. Ci lamentiamo del fatto che una grande città come Corigliano-Rossano non abbia identità (paradossale!) e non abbia una consapevolezza condivisa. Eppure questa oikofobia, sembra una "malattia" quasi indotta, voluta, cercata, sapientemente messa in piedi da decenni per disaffezionare la gente.

Cantinella non è un episodio isolato. Dal Trionto al Crati, da Piano di Fata a Mezzofato, da San Nico ad Apollinara,  nel grande quadrante meridionale di Sibari continuano ad emergere indizi di una frequentazione antica molto più articolata di quanto raccontato finora.

A San Nico, ad esempio, è stato individuato un tratto murario lungo decine di metri di cui non si è saputo più nulla. Di cosa si tratta? Di una boutade o di un rinvenimento storico di interesse? Così come anche a Cantinella sarebbero emerse nei mesi scorsi tombe e reperti. Nessuno ne sa nulla, nessuno ne ha consapevolezza. Nessuno sa e può "approvvigionarsi" di sapere. Così come di tante altre scoperte "leggendarie", puntualmente smentite, in un'area dove gravitano necropoli e testimonianze collegate al sistema di Thurii e Copiae.

Ogni nuovo ritrovamento dovrebbe aggiunge un tassello. Poi però accade qualcosa di profondamente nostro, identitario: ci emozioniamo il giorno della scoperta, fotografiamo il muro, immaginiamo ville, strade e città perdute. Poi richiudiamo tutto e torniamo alla normalità.

Ecco perché quel «Questi siamo noi...» pesa più di quanto sembri. Il muro probabilmente sotto la ghiaia è protetto. Ma una cosa può essere perfettamente conservata e, contemporaneamente, condannata all’oblio. E allora se sotto Cantinella abbiamo trovato un pezzo della nostra storia, perché abbiamo deciso che chi passerà da lì non debba nemmeno sapere che esiste?

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.