Venti minuti davanti a un passaggio a livello: sulla Jonica anche aspettare un treno diventa un viaggio
Stamattina a Oliveto Longo sbarre abbassate, auto in coda e automobilisti sotto il sole per quasi venti minuti prima del passaggio del convoglio. L’ennesima cartolina di una ferrovia eternamente “in ammodernamento”
CORIGLIANO-ROSSANO – Il treno, alla fine, è passato. Venti minuti dopo che le sbarre del passaggio a livello di Oliveto Longo erano già scese.
Nel frattempo lì davanti si era formata una lunga fila di automobili. Motori accesi, aria condizionata per chi poteva permettersela, finestrini abbassati o la sosta sotto le chiome di un ulivo, per gli altri; il semaforo rosso e il caldo feroce di agosto a rendere ancora più nevrotica l’attesa. Una scena quasi surreale che sembrava parte della pellicola di Non ci resta che Piangere.
Venti minuti. Per vedere passare un treno. E sulla Ferrovia Jonica, ormai, anche questa sembra essere diventata una forma di viaggio.
Perché la scena di stamattina sarebbe persino una piccola disfunzione, se non si inserisse dentro una storia che da anni è diventata un interminabile catalogo dell’assurdo. I lavori di ammodernamento ed elettrificazione su questa linea sono partiti nel 2018. Otto anni dopo siamo ancora qui a parlare di cantieri, completamenti rinviati e di un’elettrificazione della Sibari-Crotone che, secondo gli ultimi aggiornamenti, dovrà attendere almeno il 2027.
Eppure appena un mese fa avevamo provato a convincerci che qualcosa stesse cambiando.
Il 1° luglio, dopo una lunghissima interruzione necessaria proprio per i lavori, la Sibari-Crotone è tornata (temporaneamente) in esercizio. Doveva essere il giorno della rinascita. Fu invece una partenza "memorabile" per ragioni opposte: regionali cancellati, Intercity con un’ora e mezza di ritardo e un treno che riuscì a mettere insieme addirittura 97 minuti di ritardo già nel giorno della riapertura.
Dopo anni di attesa per “civilizzare” poco più di cento chilometri di ferrovia, abbiamo scoperto che si può aspettare un’ora e mezza un treno in stazione. Stamattina abbiamo aggiunto un’altra variante: si può aspettarlo venti minuti anche quando non si deve prenderlo.
C’è quasi della poesia, se non ci fosse da arrabbiarsi.
La campanella suona, le sbarre scendono e il tempo si ferma. Da una parte e dall’altra automobilisti immobili guardano un binario sempre più vuoto. Passano cinque minuti. Poi dieci. Poi quindici. Qualcuno guarda l’orologio, qualcuno spegne il motore, qualcuno probabilmente si chiede se quel treno esista davvero. O se è quello il tempo che li riporterà in un'altra dimensione spazio-tempo.
Poi, finalmente, eccolo.
Passa in pochi secondi e lascia dietro di sé la fila che ricomincia lentamente a muoversi. Come se nulla fosse.
La questione, evidentemente, non è il singolo passaggio a livello. Un inconveniente può accadere ovunque. È il contesto a rendere quei venti minuti irritanti.
Parliamo di una ferrovia rimasta chiusa a lungo e che ancora chiuderà per un altro lunghissimo tempo, e sulla quale pendolari e cittadini hanno sopportato autobus sostitutivi, cambi di programma e tempi dilatati. Una linea sulla quale, già a giugno, raccontavamo come gli interventi iniziati nel lontano 2018 continuassero a trascinarsi, mentre altrove il concetto di modernizzazione ferroviaria assume ben altre velocità.
E allora anche venti minuti davanti a due sbarre acquistano un significato diverso. Diventano la misura quotidiana di una infrastruttura nella quale il futuro viene annunciato continuamente, ma arriva sempre dopo. Molto dopo.