A Rossano è iniziato il mese più bello dell'anno: il “popolo fidente” torna sotto lo sguardo dell’Achiropita
Per la città bizantina il primo giorno d’agosto apre un tempo diverso, intimo e collettivo. L'Achiropita rappresenta il legame secolare più intimo e viscerale tra i rossanesi e la loro Protettrice
CORIGLIANO-ROSSANO - Per Rossano agosto non comincia semplicemente sfogliando la pagina del calendario, la prima che ci ricorda il cambio dei tempi, che è il momento del riposo prima di ripartire. Non è solo questo. È il profumo dell'alba che sa - ancora - delle paste di Tagliaferri, dei venditori di fichi d'india (qualcuno ancora resiste) all'angolo delle strade, dei colpi scuri che sparano dal colle della Santa Croce, del suono delle campane che annunciano l'inizio della festa, che durerà un mese intero. Insomma, agosto non comincia con una data sul calendario. No. Comincia con uno sguardo.
È quello della Vergine Achiropita, severo e materno, antico e familiare, custodito nella penombra della Cattedrale. Uno sguardo che il rossanese riconoscerebbe ovunque e che, con l’arrivo del mese più atteso, torna a distendersi ancora di più sulla città: sui tetti arroventati del centro storico, sulle viuzze strette che odorano di pietra e basilico, sulle case che riaprono per accogliere chi ritorna, sul mare che laggiù continua a riflettere la luce piena dell’estate.
Oggi inizia agosto. E per il “popolo fidente” comincia il mese più bello. Agosto, a Rossano, appartiene alla Madre. Alla Vergine “dipinta non da mano umana”, alla figura che da secoli abita la sua edicola e, ancora più profondamente, l’immaginario collettivo di una comunità.
Nel suo ultimo volume, I misteri dell’Achiropita, monsignor Luigi Renzo ricostruisce la lunga vicenda dell’immagine, delle sue trasformazioni, dei restauri e degli interrogativi ancora custoditi sotto la superficie pittorica. Ma dalle pagine emerge soprattutto qualcosa che supera la ricerca storico-artistica: l’Achiropita non è mai rimasta estranea alla vita di Rossano. È stata custodita, protetta, invocata, adornata e tramandata come parte della storia stessa della città.
Non è necessario scegliere tra fede, leggenda e ricostruzione storica per comprendere la forza di quel racconto. Bisogna guardare a ciò che ha generato. Perché intorno a quella parete è cresciuta una Chiesa, attorno alla Chiesa una città e, dentro quella città, una devozione capace di attraversare regni, dominazioni, terremoti, partenze e ritorni.
L’affresco raffigura la Theotókos, la Madre di Dio. È anche Odigitria, colei che indica la strada mostrando il Figlio. Sopra la sua edicola, la grande corona dorata che evoca la sua protezione sulla città di Rossano. È quasi un sigillo visivo dell’antico patto tra la Madre e il suo popolo: lei custodisce la città, la città custodisce la sua immagine.
Ed è qui che l’affresco incontra il simulacro argenteo. Nel linguaggio quotidiano dei rossanesi è semplicemente “la statua dell’Achiropita”. Nel libro di Renzo è definita, con un’espressione fortissima, “espressione corporea dell’affresco”. L’immagine dipinta rimane nella nicchia, radicata nella Cattedrale, inviolabile, intoccabile, inarrivabile; il simulacro, invece, realizzato nel Settecento, le offre invece un corpo capace di uscire, attraversare le strade e raggiungere il popolo. Di poter essere toccato e di entrare nella quotidianità.
È questa la connessione più intima tra la Madonna e Rossano, ma possiamo dire con l'itera diocesi che da Tarsia si estende fino a Cariati e che, con il tempo, ha imparato ad amare questa "declinazione" della madre celeste, qui venerate con il nome di Achiropita.
C'è un particolare intimo che appartiene a riti della tradizione. Quando la statua lascia la Cattedrale per le sue processioni, non muove soltanto un’opera d’arte sacra realizzata in oro e argento a dimostrazione della solennità e dell'imponenza non tanto della fede quanto della forza affettiva che il popolo rossanese ha impresso sulla sua mamma celeste - una vera dimostrazione di potenza. Tant'è che con questa statua si muove una porzione della memoria cittadina. Il suo passaggio annulla per qualche ora le distanze tra il tempio e le case, tra la devozione ufficiale e quella familiare, tra chi vive ancora nei vicoli antichi e chi è tornato soltanto per pochi giorni.
Quella statua ha conosciuto le mani degli artigiani, il fumo delle candele, il peso delle corone, il dolore del furto sacrilego del 1991 e la cura dei restauri, l’ultimo dei quali autorizzato nel 2025. Ma, soprattutto, ha conosciuto gli occhi di generazioni di rossanesi.
Occhi rivolti verso di lei nelle grandi celebrazioni e nelle preghiere silenziose. Quelli di chi invoca una guarigione, di chi affida un figlio, di chi parte, di chi torna, di chi entra in Cattedrale senza riuscire a formulare una richiesta e resta semplicemente lì.
Perché l’Achiropita, a Rossano, è una misura del tempo. Segna il passaggio delle generazioni, custodisce i nomi di chi non c’è più, riannoda i legami di chi vive lontano. È una delle poche immagini davanti alle quali la città continua a riconoscersi come popolo, prima ancora che come somma di individui.
Certo, resta il mistero più grande di questa devozione che nessuna indagine diagnostica può misurare: come un’immagine sia riuscita a diventare appartenenza. Ed ecco perché agosto, per Rossano, non è un mese come gli altri.
È agosto. Il popolo fidente torna dalla sua Madre. E Rossano, ancora una volta, si riconosce sotto lo sguardo della Vergine che nessuna mano umana avrebbe dipinto, ma che migliaia di mani, nei secoli, hanno protetto.