Nuovo Ospedale della Sibaritide, il depuratore ora corre: così si sblocca uno dei nodi più delicati del cantiere
A meno di 120 giorni dalla consegna dell’opera, nell’area nord-ovest della struttura di Insiti prende forma l’impianto che servirà il nosocomio. Lavori avviati il 26 maggio: la parte di edilizia civile è già quasi ultimata
CORIGLIANO-ROSSANO - Fast&Furious. A meno di 120 giorni dall’ultimazione e dalla consegna del nuovo Ospedale della Sibaritide, il cantiere di Insiti continua a muoversi. E questa volta la notizia non è dentro le mura della grande struttura sanitaria, ormai completata nella sua ossatura e già nella fase delle rifiniture e degli arredi. La notizia è appena fuori, sul fronte nord-ovest dell’area, in prossimità dell’ingresso nord.
È lì che sta sorgendo il nuovo depuratore che servirà l’ospedale. Un’opera forse meno visibile delle sale operatorie, dei reparti, delle facciate e degli arredi interni, ma decisiva quanto l’edificio stesso. Perché un ospedale non si apre soltanto quando è costruito. Si apre quando funziona tutto ciò che lo tiene in vita: energia, acqua, viabilità, reti, sicurezza, sottoservizi e, naturalmente, depurazione. Insomma, quando è efficiente tutta la pratica dei sottoservizi. Soprattutto per un’infrastruttura strategica che quando fu concepita venne piazzata in mezzo al nulla, nell’area che un tempo era il confine tra Corigliano e Rossano, mentre oggi ne è il cuore geografico, dove non c’era nemmeno la corrente.
Nel monitoraggio civico che Eco dello Jonio porta avanti da quattro anni, passo dopo passo, sul cantiere del nuovo presidio sanitario della Sibaritide, il tema dei sottoservizi è sempre stato uno dei più delicati. E proprio per questo, negli anni, il nodo della depurazione ha rappresentato una delle criticità più complesse da affrontare.
L’ipotesi iniziale, quella che per lungo tempo — non prima, però, di aver fatto abortire nel 2019 l’idea del depuratore consortile della città unica che sarebbe dovuto sorgere a ridosso del nuovo ospedale — era sembrata la soluzione naturale, prevedeva il collettamento dei reflui del nuovo ospedale verso il depuratore di Boscarello-Schiavonea. Una soluzione d’area, teoricamente più ampia, ma che si è scontrata con due problemi enormi: i tempi di realizzazione e la capacità dell’impianto esistente.
Per portare le acque reflue prodotte dal nosocomio fino a Boscarello sarebbero serviti circa 4 chilometri di condotta fognaria. Non solo. Sarebbe stato necessario anche il potenziamento dello stesso depuratore di Boscarello, già oggi considerato sottodimensionato rispetto ai carichi che deve sostenere.
In altre parole, la cosiddetta soluzione A avrebbe richiesto soldi, progettazioni, autorizzazioni, cantieri e soprattutto tempo. E il tempo, sul nuovo ospedale, è la variabile più fragile.
Per questo si è passati subito al piano B: un depuratore ad hoc per la struttura sanitaria, realizzato nell’area dell’ospedale, sempre dentro il percorso istituzionale che passa dall’ufficio del Commissario per la depurazione, ma con esecuzione affidata al concessionario dell’opera, la D’Agostino Costruzioni.
È qui che la vicenda diventa interessante. Perché la scelta operativa ha spostato il baricentro dalla lunga prospettiva del collettamento esterno alla realizzazione diretta di un impianto dedicato, capace di garantire autonomia funzionale al nuovo presidio sanitario.
E i numeri della relazione tecnica aiutano a capire la portata dell’intervento. L’impianto è dimensionato su una struttura ospedaliera da 374 posti letto, assunti nel calcolo idraulico come 380 posti letto equivalenti. La portata media giornaliera prevista è nell’ordine di 285-288 metri cubi al giorno, con una portata di punta pari a circa 24 metri cubi l’ora. Tradotto: non un piccolo impianto accessorio, ma una piattaforma tecnica tarata su un ospedale pienamente operativo, capace di trattare reflui sanitari complessi e continui.
La capacità dell’impianto viene indicata in circa 2.200 abitanti equivalenti, un dato che conferma la scelta di non costruire un depuratore al minimo indispensabile. L’opera nasce per servire il nuovo nosocomio, ma con un dimensionamento leggermente superiore alla sola esigenza stretta della struttura sanitaria.
Il risultato è visibile già oggi. I lavori sono iniziati il 26 maggio e, al 10 giugno, la struttura civile del depuratore appare già quasi ultimata. Tempi rapidissimi, che raccontano una spinta evidente del cantiere verso l’obiettivo finale: arrivare alla consegna dell’opera senza lasciare indietro uno dei suoi nodi vitali.
Alla guida tecnica del cantiere resta il project manager Domenico Petrone, figura che in questi anni ha rappresentato uno dei riferimenti più costanti e disponibili nel racconto dell’avanzamento dell’opera. Un profilo tecnico che ha accompagnato, spiegato e tradotto in termini comprensibili una macchina complessa, fatta di imprese, scadenze, soluzioni progettuali e problemi da risolvere in corsa.

Ed è proprio Petrone che stamattina, accompagnandoci per le eterne e interminabili vie del cantiere, ha chiarito un punto importante: il depuratore non sarà un impianto privato. Viene realizzato dal concessionario, ma non nasce come struttura privata chiusa su sé stessa. Anzi, sarà dimensionato leggermente oltre la capacità strettamente prevista per l’ospedale, proprio per poter eventualmente offrire un supporto al sistema depurativo territoriale.
Questo non significa che diventerà un depuratore d’area. La sua funzione resta chiara: servire il nuovo ospedale. Ma la scelta di non costruirlo al minimo introduce un margine di elasticità che, in un territorio segnato da fragilità infrastrutturali croniche, può fare la differenza.
Anche lo schema di trattamento conferma il livello tecnico dell’opera. La relazione prevede un impianto con tecnologia MBR, cioè a membrane biologiche, articolato su due linee di trattamento. È una soluzione moderna, compatta e ad alta efficienza, particolarmente adatta a contesti nei quali occorre ottenere acque depurate di qualità elevata e con ingombri relativamente contenuti.
Il cuore dell’impianto sarà costituito da una sezione biologica con volume complessivo di circa 284 metri cubi, preceduta da una vasca di equalizzazione da circa 108 metri cubi, fondamentale per regolare i picchi di portata e rendere più stabile il trattamento. Le membrane previste hanno una superficie complessiva di circa 1.280 metri quadrati, dato che restituisce la consistenza reale della parte tecnologica del depuratore.
Il sistema dovrà gestire anche la produzione dei fanghi derivanti dal processo depurativo, stimata in circa 110 chilogrammi al giorno di solidi sospesi totali. Anche questo è un dato importante, perché ricorda che la depurazione non finisce con l’acqua chiarificata: ogni impianto produce una frazione residuale che va gestita correttamente, secondo procedure tecniche e ambientali precise.
L’altro aspetto rilevante riguarda la gestione delle acque depurate. Le acque di risulta, una volta trattate, saranno destinate allo scarico nel torrente Cino. Ma prima dello smaltimento definitivo, una parte importante potrà essere riutilizzata all’interno del perimetro ospedaliero.
È qui che il progetto assume un valore ulteriore. Le acque depurate saranno impiegate per l’irrigazione del verde pubblico interno ed esterno all’ospedale, per la pulizia delle aree esterne e anche per la refrigerazione delle superfici asfaltate, una funzione non secondaria in una struttura che dovrà vivere pienamente anche nei mesi estivi, quando le temperature nella piana possono diventare pesanti.
Ma c’è una novità ulteriore, ancora in fase di valutazione progettuale: l’ipotesi di convogliare parte delle acque depurate nelle vaschette di scarico dei servizi igienici dell’ospedale. Una soluzione di riuso intelligente, già adottata in contesti moderni, che consentirebbe di ridurre il consumo di acqua potabile per funzioni che non richiedono acqua destinata al consumo umano.
Non si tratta, ovviamente, di acqua potabile. Ma di acqua trattata, compatibile con usi tecnici e non alimentari, che potrebbe contribuire a rendere il nuovo ospedale più sostenibile nella gestione ordinaria.
In un’opera pubblica di questa portata, il depuratore rischierebbe di essere percepito come un dettaglio tecnico. Non lo è. È uno dei presupposti essenziali per il funzionamento del presidio. Ed è anche la conferma che la fase finale del cantiere non riguarda soltanto ciò che si vede, ma soprattutto ciò che deve funzionare.
Dentro l’ospedale, intanto, si lavora agli arredi. Le imprese mobiliari sono già all’opera e nei prossimi giorni sarà possibile raccontare più nel dettaglio l’avanzamento interno della struttura. Ma oggi il punto è un altro: fuori dall’edificio principale si sta risolvendo una delle partite più delicate di tutta la storia del cantiere.
Il nuovo Ospedale della Sibaritide è nato in un’area dove tutto doveva essere portato, costruito, collegato, progettato quasi da zero. Per questo ogni sottoservizio realizzato non è un accessorio, ma un pezzo di ospedale.
Il depuratore, oggi, ci da proprio la misura di un’opera finita sulla carta e una struttura pronta a funzionare davvero. Una struttura che non dovrà soltanto accogliere pazienti, personale sanitario, reparti e tecnologie, ma anche sostenere ogni giorno una domanda idrica e depurativa da centinaia di metri cubi, con standard ambientali coerenti con la delicatezza del contesto.
Il monitoraggio civico continuerà. Perché il cronometro corre, i giorni diminuiscono e la Sibaritide attende da troppo tempo il suo nuovo ospedale. Ma questa volta, almeno su uno dei nodi più complessi, il cantiere sembra aver imboccato la strada più concreta: meno attese, meno ipotesi, più lavori sul campo. Veramente Fast&Furious