Crati, cantieri fantasma: argini da rifare e lavori mai partiti
Dopo l’alluvione di febbraio tutto è rimasto com’era: container abbandonati, nessun intervento e argini sempre più fragili. E ora serviranno nuove risorse per rifare tutto
CORIGLIANO-ROSSANO – C’erano i cartelli. Le recinzioni. I container della direzione lavori. Mancavano solo i lavori. E oggi, a oltre due mesi dalla devastazione provocata dall’esondazione del Crati, manca ancora tutto.
I cantieri per il consolidamento dell’argine destro del fiume — quelli annunciati, consegnati, fotografati e raccontati nell’ottobre scorso — sono rimasti esattamente dove li avevamo lasciati prima della tragedia: fermi. Fermi prima. Fermi durante. E fermi anche dopo.
Sette milioni e 880 mila euro per mettere in sicurezza circa 800 metri di sponda, nel tratto più delicato, quello a ridosso della linea ferroviaria. Un intervento atteso da anni, arrivato con otto anni di ritardo rispetto alle prime grandi inondazioni del 2018 e del 2019. Un intervento già allora considerato parziale, non risolutivo, incapace di affrontare la vera anomalia del fiume: quella curva innaturale, quel “aneurisma” idraulico che continua a spingere le acque verso le contrade di Thurio e Ministalla.
Ma soprattutto: un intervento mai iniziato.
Già nei giorni precedenti all’alluvione avevamo raccontato una verità che mise a nudo l'incapacità di far fronte ad una tragedia annunciata: i cantieri erano stati “installati”, ma non erano mai partiti (ne avevamo parlato qui). Recinzioni piazzate come promesse. Aree perimetrate come alibi. Nessun mezzo. Nessun operaio. Nessun'opera di consolidamento. Poi è arrivata la piena. E ha fatto il resto.
Oggi, tornando su quei luoghi, la fotografia è persino più amara. L’area direzionale — con i tre container destinati alla gestione dei lavori — è ancora lì, danneggiata dall’acqua e dal fango, mai ripulita. Nessun segnale di ripartenza. Nessun cantiere attivo. Nessuna urgenza trasformata in azione.
Nel frattempo, il Crati non ha smesso di fare il Crati. Continua a erodere, a scavare, a premere su argini che restano fragilissimi. E ogni pioggia torna a essere una minaccia. Tutto questo con un paradosso evidente: mentre si contano i danni e si promettono ristori, si è fermi esattamente nel punto in cui si doveva intervenire prima. E adesso, inevitabilmente, non basteranno più gli stessi soldi, gli stessi progetti, le stesse soluzioni.
Serviranno nuove risorse. Nuovi interventi. Nuovi tempi. E di tempo, questo territorio, proprio non ne ha più. Perché come ha ricordato appena due giorni fa il professor Paolo Veltri, in una partecipata assemblea di cittadini incazzati, a Thurio, le esondazioni del Crati «non sono un fatto straordinario, ma un’emergenza strutturata». E un’emergenza strutturata si governa con opere strutturali. Con prevenzione. Con manutenzione. Con programmazione. Non con cantieri fantasma.