Iniziati i lavori ai Giganti di Cozzo del Pesco, il Wwf Calabria Citra Co-Ro: «Ma l'allarme non è rientrato»
Il socio WWF Flaviano Lavia critica gli interventi avviati nell’oasi naturalistica e denuncia decenni di scelte sbagliate: «Molti castagni hanno tra 800 e 900 anni, biodiversità quasi scomparsa»
CORIGLIANO-ROSSANO - «Sono iniziati i lavori nell'oasi naturalistica di Cozzo del Pesco, a Corigliano Rossano, dove sorge uno dei castagneti più antichi d'Europa: piante che risalgono all'anno 1100, alcune delle quali, crollate di recente, avevano tra gli 800 e i 900 anni. Un patrimonio che sta morendo non per vecchiaia, ma per errori umani accumulati nel tempo e per una burocrazia che ha impedito di intervenire quando si poteva ancora farlo». È quanto denuncia Flaviano Lavia, socio del WWF di Corigliano-Rossano, non convinto dei lavori avviati dopo lunghe e travagliate trattative tra Calabria Verde e il Comune.
«Si sarebbe dovuto intervenire in maniera graduale - spiega -con tagli eseguiti tramite tecnica tree climbing, un piano di assetto territoriale fondato su principi di ingegneria naturalistica, e il trasporto dei materiali all'interno del perimetro dell'oasi con l'utilizzo di muli, per preservare al massimo la biodiversità ancora presente. Fantascienza naturalistica, visti i tempi e i mezzi».
«Le scelte operative, però, spettano a Calabria Verde, ente che ha ancora in gestione l'area. C'è però un elemento concreto: l'accordo transattivo tra le parti prevede che, a lavori conclusi, l'area torni al legittimo proprietario, il Comune di Corigliano Rossano. Sarà il Comune a potersi assumere piena responsabilità e a intervenire con i criteri che un patrimonio di questa portata richiede. Nel frattempo - sottolinea Lavia - la situazione nell'oasi resta grave. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, un piano di rimboschimento finanziato dalla legge speciale per la Calabria impiantò abete douglasia nel mezzo del castagneto secolare. Le delibere dell'epoca parlano di interventi finalizzati alla ricostituzione della copertura forestale su terreni nudi e/o cespugliati. Lì, però, c'era un castagneto millenario. L'abete douglasia è una specie aliena a rapido accrescimento che raggiunge altezze ben superiori a quelle del castagno: essendo sempreverde, crea una copertura fogliare fitta e perenne che priva il castagno - specie eliofila che ha bisogno di luce diretta - della radiazione solare, provocandone il progressivo deperimento. I suoi aghi si decompongono lentamente rilasciando sostanze che acidificano il suolo oltre la soglia tollerabile per il castagno, distruggendo il sottobosco autoctono. L'apparato radicale della douglasia è inoltre estremamente aggressivo nell'assorbimento di acqua e nutrienti: in Sila Greca, dove le estati sono lunghe e siccitose, questo impoverimento idrico indebolisce ulteriormente i castagni, rendendoli vulnerabili a parassiti come il cancro del castagno e il cinipide galligeno».
«A metà degli anni Ottanta, grazie al WWF Calabria e all'Orto Botanico dell'Università della Calabria — ricorda Lavia — i castagni furono riconosciuti come patrimonio naturalistico e nacque l'oasi. Un merito indubbio. Ma in quel momento gli abeti erano ancora giovani, ancora rimovibili: un intervento tempestivo avrebbe risolto il problema alla radice. Non fu fatto. Oggi la biodiversità dell'oasi è quasi scomparsa. Flora e fauna un tempo presenti non ci sono più: uccelli che non nidificano più, mammiferi che non si vedono più, aceri che nessuno tutela. Molti castagni sono a rischio crollo, altri già secchi. Non è invecchiamento. È il risultato di errori che si potevano evitare».
«Non tutto è perduto — conclude Lavia — ma serve impegno, competenze e volontà reale. Possiamo ancora salvare quello che rimane».