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DIARI DI STORIA | Il fiume Trionto cardine della Sila Greca e le miniere d’argento di Longobucco

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Il fiume Trionto, definito il “cardine topografico della Sila Greca” per la centralità della sua posizione che la taglia trasversalmente, nasce ai piedi del monte Paleparto (m. 1480) e dopo aver percorso per 40 Km i territori di Longobucco, Cropalati, Caloveto, Crosia e l’area litorale di Rossano sfocia con un ampio bacino idrografico nel mar Jonio. Fin dall’antichità la sua valle ha rappresentato una via naturale interna tra il litorale magno-greco e la Sila favorendo per secoli la transumanza degli animali, i commerci di legname, le attività minerarie, i collegamenti militari e religiosi. Ha costituito senza ombra di dubbio un fondamentale asse naturale di collegamento tra l’entroterra silano e la costa jonica e viceversa. Probabilmente già Enotri, Brettii, Greci, Romani, Bizantini hanno frequentato e sfruttato economicamente la vallata.

Anticamente conosciuto dai Greci come Traeis (o Traes), venne dai Romani chiamato Triontum. Secondo alcuni studiosi il suo nome arcaico greco significa “scorrere impetuoso” per la sua imponente portata di acqua, tanto da renderlo navigabile nella parte finale più pianeggiante. In questa rada, nel II secolo a.C., la vicina Copia Thurii nel cui territorio il fiume ricadeva, per poter allargare i suoi commerci soprattutto dell’olio e del vino con l’esterno e in particolare con la Grecia, con Taranto e Crotone, in aggiunta a quello centrale del Crati-Coscile, aveva provveduto ad istallare nei pressi dell’odierno Capo Trionto non lontano dal Promontorio Roscio, un piccolo Porto di cui poterono avvalersi anche i locali per la commercializzazione del piombo e soprattutto dell’argento, estratti nelle miniere di Longobucco presumibilmente fin dai tempi anche degli Enotri e dei Sibariti.

Non è da sottovalutare il suo ruolo strategico anche sul piano militare di controllo degli eventuali spostamenti verso l’interno della Sila, considerato il fatto che si trova pressappoco equidistante tra i due centri brettii fortificati di Castiglione di Paludi e di Cerasello-Muraglie di Pietrapaola, fattore importante se si tiene conto dei rapporti non proprio idilliaci tra le popolazioni brettie dell’interno e quelle magno-greche della costa.

Rimasto famoso per lo scontro tra Crotone e Sibari che nel 510 a.C. segnò la scomparsa di quest’ultima, il Trionto nel sec. VI dell’era cristiana fu ulteriore spettatore a più riprese anche degli scontri tra i Goti di Totila e i Bizantini di Belisario e Narsete, scontri che determinarono la fine delle guerre gotiche ed il definitivo passaggio del territorio sotto il dominio di Bisanzio.

Entrando più nei particolari, la valle del Trionto, dalla sorgente alla foce, ha esercitato nel tempo un ruolo fondamentale, per cui, con indagini sistematiche e un’adeguata conservazione e salvaguardia dei reperti, andrebbe meglio valorizzata proprio per le ricchezze storiche ed archeologiche polivalenti che ancora nasconde. A nessuno sfugge come le aree interne, questa come le altre, mantengono un’archeologia diffusa, siti rupestri, miniere d’argento a Longobucco e di ferro a Campana, viabilità antica dei percorsi della transumanza stagionale con tappa alla chiesetta di Puntadura, presenza di monasteri calabro-greco-normanni (S. Giovanni Calibita a Caloveto, S. M. Basilicò a Bocchigliero, S. Angelo Militino a Campana, S. Maria de Gruttis a Cropalati, S. Donato a Paludi, S. Maria de lo Mione al Manco di Longobucco). (1)  Il campo di ricerca sarebbe ideale per comprendere e valorizzare la matrice culturale delle zone interne sprovvedutamente oggi purtroppo condannate ad uno spopolamento dissanguante ed alla perdita delle sue risorse umane e culturali identitarie.

Nelle aree interne, allo stato attuale, raramente emergono templi monumentali, statue famose, mosaici spettacolari, ma emergono in ogni caso interessanti monumenti di pietra, centri fortificati, sentieri antichi, muri a secco millenari, grotte anacoretiche oltre a normali abitazioni della civiltà rupestre, miniere pregiate con i suoi percorsi che hanno tenuto in piedi l’economia locale. La casistica potrebbe continuare. Certo è un’archeologia meno appariscente, ma estremamente importante per ricostruire economia, paesaggio, vita quotidiana, sfruttamento delle risorse: in una parola, costituisce un impianto antropico che nei secoli ha costruito e formato un patrimonio umano e culturale irrinunciabile per un territorio.

Si deve riconoscere che negli ultimi anni, fortunatamente, l’interesse verso l’archeologia ambientale, del paesaggio e mineraria, come la sensibilità alle radici storiche e culturali anche locali, stanno crescendo, ma forse potrebbero servire un impegno collettivo concertato tra gruppi di lavoro interdisciplinare di archeologi, storici, geologi, archeo-metallurgici, paleo-ambientalisti, antropologi vista la molteplicità di interessi e di percorsi che i territori del Trionto a più livelli indubbiamente prospettano. Si sa, del resto, che ciò che non viene appropriatamente documentato rischia, oggi più che mai, di scomparire in modo irreversibile.

Altrettanto delicata ed importante è in questo particolare contesto la tutela della memoria delle miniere di argento e soprattutto di galena argentifera composta di piombo e argento (la galanza), che ha visto il Trionto ed in particolare i suoi affluenti Manna, Macrocioli e Ortiano svolgere un ruolo determinante proprio con la forza della loro portata di acqua. La lavorazione di questi metalli presupponeva, infatti, anche l’erosione delle rocce mineralizzate, il trasporto a valle del materiale, l’alimentazione delle lavorazioni, il collegamento commerciale verso lo Ionio. In particolare la faglia di Ortiano si presentava ricca di galena argentifera, piombo, zinco e tracce di rame. L’estrazione poteva avvenire in galleria o anche in cave a cielo aperto con la tecnica dello “zunfo” che consisteva nel raccogliere grandi masse d’acqua in vasche per poi liberarle di colpo con violenza per erodere la roccia e mettere a nudo il minerale da scavare.

Per la loro ricchezza, come si diceva, le miniere furono certamente valorizzate e sfruttate dagli Enotri, oltre che dalle popolazioni che si sono succedute nel tempo (Brettii, Sibariti, Crotoniati, Romani, Bizantini), anche se notizie certe e più documentate si hanno con i Normanni, gli Svevi e gli Angioini, come giustamente hanno evidenziato gli studiosi longobucchesi Antonio Maria Adorisio e Salvatore Muraca. (2) Si deve agli Svevi tra l’altro il consolidamento e la fortificazione della valle del Trionto proprio per poter controllare e regolare le vie minerarie ed il commercio dei metalli preziosi con l’esterno. E fu Enrico VI di Svevia che nel 1196 avrebbe conferito a Pietro “de Livonia” l’incarico di “prefetto” delle miniere di Longobucco, segnando così l’inizio di una regolamentazione sempre più pedissequa e controllata dello sfruttamento delle miniere. (3)

Le miniere hanno avuto un’importanza strategica perché i metalli e l’argento servivano particolarmente per la coniazione delle monete, ma anche per monili e manufatti preziosi e per suppellettile liturgica. Secondo alcuni la stessa ricchezza di Sibari potrebbe essere stata favorita proprio dal controllo delle miniere di Longobucco. (4)

Si potrebbe concludere che senza il Trionto col suo sistema viario probabilmente Longobucco non sarebbe diventata il grande centro argentifero della Sila Greca e del territorio circostante da essere definita “il paese dell’argento” e già questo è uno degli aspetti più affascinanti della storia economica e mineraria dell’intera Calabria protostorica e medievale da convincere sulla validità di un suo ricupero non tanto operativo, ma certamente come volano, insieme ad altri progetti programmati, per uno sviluppo sostenibile a dimensione per lo meno di memoria storica convincente. Certo appare impraticabile il tentativo di una sua riattivazione produttiva così come si era tentato di fare negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, progetto poi accantonato perché i costi dell’estrazione superavano la resa economica. Non per questo, in una sua diversa misura di interesse, non potrebbe dare sbocco possibile per una musealizzazione a cielo aperto, oggi tenuta in grande considerazione dagli appassionati della natura e delle cose antiche.


NOTE
(1)   Cfr. A.M. ADORISIO, Testimonianze del monachesimo basiliano lungo il corso del fiume Trionto (Rossano), in , n.s., XXVII, luglio-dicembre 1973, pp. 91ss.; L. RENZO, Il monastero di S. Angelo Militino presso Campana, Rivista Storica Calabrese, n.s, IX, nn. 1-4, gennaio-dicembre 1988.
(2)   Cfr. A.M. ADORISIO, Argentera: . 1496-1568, a cura del GAL Sila Greca Basso Jonio Cosentino, Casamari (Fr) 2015; S. MURACA, Pergamene Argentera, in , 2004, pp. 91-144.
(3)   Cfr. A.M. ADORISIO, Il nome Longobucco in alcune fonti documentarie e cartografiche, in , Longobucco 2008, pp. 79-82.
(4)   Tra gli oggetti liturgici provenienti dalle miniere d’argento di Longobucco figurerebbe anche un Calice commissionato nel sec. XII da Gioacchino da Fiore (1135-1202). Testimonianze impareggiabili dei capolavori di arte sacra prodotti a Longobucco sono ancora oggi conservati nel tesoro della locale Matrice.

Luigi Renzo
Autore: Luigi Renzo

nato a Campana, è sacerdote dal 1971. Per oltre trent'anni parroco a Rossano, ricoprendo anche gli incarichi di Vicario Generale dell’Arcivescovo, Direttore del Museo Diocesano e dell’Ufficio regionale per i Beni Culturali Ecclesiastici. Ha conseguito il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense e la laurea in Pedagogia all’Università di Urbino. Ha insegnato nelle scuole statali ed è stato docente di Beni Culturali e Antropologia Culturale presso il Seminario Teologico di Cosenza. Giornalista e Socio delle Deputazione di Storia PatriaCalabria, ha al suo attivo innumerevoli pubblicazioni ottenendo diversi premi letterari anche nazionali. Nel 2007 vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, è diventato vescovo emerito nel 2021. È rientrato nella sua diocesi di origine e oggi vive a Corigliano-Rossano. All’interno della CEC è stato Vescovo delegato per le Comunicazioni Sociali e Beni Culturali nel ruolo di Segretario; membro Commissione Comunicazioni Sociale della CEI