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Dopo Amendolara, il caporalato cambia volto: «Dietro quelle morti una guerra economica e criminale»

3 minuti di lettura

VACCARIZZO ALBANESE – Le quattro morti di Amendolara non possono essere archiviate come l’ennesima tragedia maturata ai margini della società, né ridotte alla scorciatoia del «tanto si ammazzano tra di loro». Dietro quelle vite spezzate c’è un sistema economico e sociale che continua a produrre vulnerabilità, lavoro nero, ricatti, isolamento e assenza di diritti.

È partito da qui il confronto ospitato a Vaccarizzo Albanese, in piazza Skanderbeg, nell’ambito della XV edizione del Festival delle Migrazioni 2026 – “Resistenza. ArMIAMOCI”, dedicato al tema “Il dopo Amendolara: quali politiche per il contrasto al caporalato?”.

A riportare il dibattito immediatamente dentro la realtà è stata Lidia Vicchio, vicepresidente dell’Associazione Don Vincenzo Matrangolo e avvocato, ricordando i nomi e le età dei quattro giovani braccianti uccisi ad Amendolara: Waseem Khan, 29 anni, pakistano; Amin Fazal Khogjani, 28 anni; Safi Iayjad, 27; Ullah Ismat Qiemi, appena 19 anni, tutti e tre afghani.

Da qui la domanda che ha attraversato l’intera serata: cosa significa oggi parlare di caporalato?

Per Giovanni Manoccio, presidente del Festival e dell’Associazione Don Vincenzo Matrangolo, continuare a leggere episodi come quello di Amendolara soltanto attraverso la lente della violenza interna alle comunità migranti significa fermarsi alla superficie.

«Dietro queste morti c’è una guerra economica e criminale che prospera sull’assenza di diritti e cittadinanza», ha affermato Manoccio, ricordando anche l’esperienza maturata dall’associazione nel progetto SUPREME.

Il caporalato, intanto, non è rimasto quello di vent’anni fa.

Celeste Logiacco, segretaria della Cgil Calabria, ha ricostruito l’evoluzione del fenomeno partendo dalla propria esperienza nella Piana di Gioia Tauro e dalla rivolta di Rosarno del 2010.

Il reclutamento, ha spiegato, non avviene più soltanto nelle piazze, nei ghetti o lungo le strade che portano ai campi. Oggi passa anche attraverso reti informali e strumenti digitali, rendendo molto più difficile intercettare i meccanismi dello sfruttamento.

Da qui il valore del cosiddetto “sindacato di strada”, capace di raggiungere lavoratori e lavoratrici nei luoghi nei quali vivono, spesso completamente separati dai servizi e dalle istituzioni.

Ma soprattutto, per Logiacco, bisogna smettere di pensare al caporalato come al rapporto esclusivo tra un lavoratore e un intermediario illegale.

Dietro c’è una filiera.

Ci sono imprese che comprimono deliberatamente il costo del lavoro, meccanismi economici che scaricano tutto sull’ultimo anello della catena e lavoratori che, proprio perché più deboli, finiscono per essere quelli sui quali si produce il margine di profitto.

«Bisogna scegliere da che parte stare», ha scandito la dirigente sindacale.

Ed è proprio questo uno dei passaggi più significativi emersi dal confronto.

Andrea Laguardia, vicepresidente di Legacoop Produzione e Servizi, ha ricordato che lo sfruttamento non abita soltanto nei campi: attraversa edilizia, logistica, lavoro domestico e numerosi altri settori.

Il lavoro sfruttato, ha sostenuto, finisce per negare persino l’identità della persona, perché perde la propria funzione di riconoscimento e dignità sociale.

Le vittime di Amendolara, ha ricordato Laguardia, chiedevano cose tutt’altro che straordinarie: un salario, una casa, un contratto regolare.

Diritti elementari.

Tra le possibili risposte è stata indicata anche la promozione di forme cooperative di organizzazione del lavoro, mentre resta enorme il nodo abitativo: perfino quando si riesce a creare un’occasione occupazionale regolare, la mancanza di alloggi adeguati continua a ostacolare ogni reale percorso di inclusione.

A spostare ulteriormente il fuoco è stato Francesco Di Pietro, avvocato e socio Asgi, che ha proposto di parlare più propriamente di “sfruttamento lavorativo”.

Perché il caporale, da solo, non spiega il sistema.

Il lavoratore è spesso soltanto l’ultimo anello di una catena nella quale pesano permessi di soggiorno in scadenza, difficoltà di rinnovo, perdita dell’accoglienza, decreti flussi e impossibilità di entrare legalmente nel mercato del lavoro con strumenti sufficientemente flessibili.

È proprio su questi bisogni che, secondo Di Pietro, attecchisce il ricatto.

E persino denunciare diventa difficile, soprattutto quando chi sfrutta appartiene alla stessa comunità di origine della vittima.

Basta chiamarla emergenza

Dal confronto di Vaccarizzo è arrivato infine un messaggio probabilmente più politico degli altri: smettere di trattare come emergenza qualcosa che emergenza non è più da anni.

Il lavoro sfruttato, la precarietà abitativa, gli insediamenti informali, i braccianti stagionali costretti a vivere nei casolari e l’assenza di servizi sono ormai fenomeni strutturali.

Nel dibattito sono state richiamate la necessità di superare la Bossi-Fini, i limiti di una risposta esclusivamente repressiva attraverso la legge 199 e le preoccupazioni per la prossima stagione agrumicola, quando migliaia di lavoratori torneranno a muoversi sui territori della Calabria e della Sibaritide.

Ed è proprio qui che Amendolara torna a pesare.

Perché quelle quattro morti possono essere archiviate come un episodio criminale oppure trasformate nel punto dal quale iniziare a leggere tutto ciò che c’è intorno: lavoro, casa, cittadinanza, sfruttamento, filiere e diritti.

Celeste Logiacco lo ha condensato in una frase: «Dalle morti in mare alle morti silenziate dei lavoratori sfruttati, solo parlando di diritti per tutti possiamo scrivere una pagina diversa».

Altrimenti, ha aggiunto, «stiamo parlando soltanto di privilegi».

Il Festival delle Migrazioni proseguirà fino al 30 agosto, toccando Cerzeto, Bisignano, San Benedetto Ullano, San Basile e Acquaformosa, con un programma che intreccia confronto politico, diritti e musica.

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.