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Nella Sila Greca degli anni ’50, il battesimo era il primo abbraccio del paese

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Nel mese di maggio dei primi anni Cinquanta, nei piccoli centri della Sila Greca, il battesimo non era soltanto un rito religioso: era un momento solenne e collettivo, un passaggio che segnava l’ingresso di una nuova vita nella comunità.

Il paese, disteso sulla collina, si svegliava al suono delle campane e al profumo del pane appena sfornato. Maggio, mese delle rose, portava con sé anche le feste dedicate alla Madonna, tra le più sentite dell’anno. Le strade si riempivano di colori, i balconi venivano adornati con coperte ricamate, e l’aria si faceva densa di attesa, tra canti, devozione e preparativi.

In quei giorni, mentre la comunità si stringeva attorno alla tradizione religiosa, anche una famiglia si preparava al battesimo del proprio bambino. Non era solo una cerimonia privata: era un evento che riguardava tutti, perché ogni nascita apparteneva un po’ all’intero paese.

La domenica della festa, dopo la Messa, la processione attraversava le vie addobbate. La statua della Madonna avanzava tra una moltitudine di fiori, seguita da una folla raccolta e silenziosa. Il profumo dell’incenso si mescolava a quello delle erbe aromatiche, mentre i canti delle donne accompagnavano il lento cammino.

In quell’atmosfera, il neonato veniva portato tra la gente, stretto in una copertina chiara. Era il suo primo incontro con la comunità. Gli sguardi si posavano su di lui con curiosità e tenerezza; qualche anziana si avvicinava, lo accarezzava piano e tracciava un segno di croce sulla sua fronte. Senza bisogno di parole, il paese lo riconosceva e lo accoglieva.

Intanto, in casa, i preparativi per il battesimo erano già entrati nel vivo. La scelta del padrino e della madrina rappresentava un passaggio delicato: non solo una formalità religiosa, ma un legame destinato a durare nel tempo, spesso carico di significati sociali e familiari.

Nei giorni precedenti la cerimonia, la casa si trasformava in un luogo di operosa attesa. Le donne si dedicavano alla preparazione dei cibi, custodendo gesti e ricette tramandate di generazione in generazione. Dolci fritti, paste fatte in casa, salumi, formaggi e vino riempivano tavoli e dispense. Ogni pietanza raccontava una storia, ogni profumo anticipava la festa.

Il giorno stabilito, il bambino veniva portato in chiesa accompagnato dai familiari. La chiesa madre, con la sua pietra antica e le campane a festa, accoglieva parenti, amici e vicini. Era gremita, ma composta, attraversata da una commozione discreta e condivisa.

Durante la celebrazione, i genitori, visibilmente emozionati, presentavano il bambino al sacerdote. Accanto a loro, padrino e madrina partecipavano al rito, pronti ad assumere il loro ruolo. Le parole della liturgia scandivano un momento che univa fede e vita quotidiana.

Quando l’acqua benedetta veniva versata sul capo del neonato, si compiva il gesto più significativo: il battesimo sanciva l’ingresso nella comunità cristiana. Era un atto semplice, ma carico di valore simbolico. Spesso, alla fine, un applauso spontaneo rompeva il silenzio, accompagnato da sorrisi e occhi lucidi. Il paese aveva accolto un nuovo figlio.

Dopo la cerimonia, la festa continuava in casa. Le stanze si riempivano di voci, di risate, di passi. I tavoli, coperti da lunghe tovaglie bianche, offrivano una ricchezza di cibi preparati con cura: pietanze tradizionali, pane caldo, vino rosso, dolci in abbondanza.

I brindisi erano semplici, ma sinceri. Si augurava salute, fortuna, una vita lunga e radicata nei valori della famiglia. Non c’erano discorsi solenni, ma parole autentiche, pronunciate con affetto.
La musica accompagnava il pomeriggio e la sera. Si cantava e si ballava, tra valzer, mazurche e polke, coinvolgendo giovani e anziani. La festa diventava così un momento di unione, in cui le generazioni si incontravano e si riconoscevano.

Al bambino venivano donati piccoli oggetti preziosi, destinati a essere custoditi nel tempo: segni tangibili di un giorno importante, che avrebbe accompagnato la sua crescita anche se non ne avrebbe conservato memoria diretta.

Col passare delle ore, la luce del giorno lasciava spazio alla sera. Tra il profumo del caffè e dei liquori, la festa continuava ancora, mentre i tavoli restavano colmi di dolci, simbolo di abbondanza e condivisione. Il taglio della torta segnava la conclusione ufficiale dei festeggiamenti.
Poi, lentamente, ognuno tornava alla propria casa, portando con sé la gioia di aver partecipato a un momento speciale.

In quei piccoli paesi della Sila Greca, negli anni Cinquanta, il battesimo era molto più di una tradizione religiosa: era un rito di appartenenza. Attraverso gesti semplici e condivisi, la comunità accoglieva il nuovo nato e lo riconosceva come parte di sé. Era un modo silenzioso e profondo per dire: questa è la tua casa, questa è la tua gente.

Franco Emilio Carlino
Autore: Franco Emilio Carlino

Nasce nel 1950 a Mandatoriccio. Storico e documentarista è componente dell’Università Popolare di Rossano, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e socio corrispondente Accademia Cosentina. Numerosi i saggi dedicati a Mandatoriccio e a Rossano. Docente di Ed. Tecnica nella Scuola Media si impegna negli OO. CC. della Scuola ricoprendo la carica di Presidente del Distretto Scolastico n° 26 di Rossano e di componente nella Giunta Esecutiva. del Cons. Scol. Provinciale di Cosenza. Iscritto all’UCIIM svolge la funzione di Presidente della Sez. di Mirto-Rossano e di Presidente Provinciale di Cosenza, fondando le Sezioni di: Cassano, S.Marco Argentano e Lungro. Collabora con numerose testate, locali e nazionali occupandosi di temi legati alla scuola. Oggi in quiescenza coltiva la passione della ricerca storica e genealogica e si dedica allo studio delle tradizioni facendo ricorso anche alla terminologia dialettale, ulteriore fonte per la ricerca demologica e linguistica