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Dal V-Day di Grillo al V-Day di Conte: dovevamo diventare immuni dal virus della politica e, invece, non resta che difenderci dal virus della paura

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8 settembre 2007, era una giornata calda e assolata. In tante piazze italiane gazebi bianchi, gente stufa e carica di buoni propositi raccoglieva firme per invocare un Parlamento ri-pulito da corrotti, da gente condannata e difesa dall’immunità parlamentare e, di fatto, chiedere una nuova legge elettorale. Una data simbolica, scelta non a caso, che riportava alla mente quell’8 settembre del ’43 quando il Proclama Badoglio mise in fuga i Savoia dal suolo italiano. Furono raccolte 366mila firme. Tra quelle rimane impressa anche la mia.

A capo di quel moto pacifico e democratico c’era Beppe Grillo, il comico genovese che nella sua carriera, col sorriso ed una comicità pungente, tra improperi e verità, aveva sputtanato gli intrallazzi della prima e della seconda Repubblica oltre che ingerenze e commistioni tra i palazzi del potere, l’imprenditoria ed il malaffare.

Era il V-Day, dove quella “V”, rimasta tale per l’inscalfibile perbenismo italico, stava per “vaffanculo”. Eravamo agli albori di quello che sarebbe poi diventato, due anni più tardi, il Movimento 5 Stelle: un soggetto politico nato sull’asse Grillo-Casaleggio con l’intento di rivoluzionare tutto, di andare nelle istituzioni, “aprirle come una scatoletta di tonno”, e da lì compiere l’atteso mutamento dell’establishment del potere.

Cosa è cambiato non tocca a me dirlo, tantomeno giudicarlo. Ognuno ha una visione consequenziale delle cose e quindi di parte. Per evitare di cadere nel fallo del partigianismo, per una volta, faccio come quella stragrande maggioranza di popolo italiano che, ancora oggi, a distanza di 13 anni e con il motore della rivoluzione a 5 stelle in pieno fermento, continua ad astenersi. Mi astengo anch’io da commenti.

Quell’8 settembre era carico di attese e aspettative. Da quel giorno in poi, lentamente, si sarebbe dovuta innescare una reazione a catena di dissenso e cazzimma tra la gente, che ancora guardava ai Partiti come la declinazione verace e nobile del secondo elemento che compone il trittico di valori “Dio, Patria, Famiglia” su cui da sempre fonda la nostra società.

C’era una speranza, racchiusa tutta in quella “V” transitiva che nel predicato costante di quei tempi doveva mandare sulla luna la Politica dei vari D’Alema, Berlusconi, Bertinotti, Fini, Visco e Tremonti. Era un “vaffanculo travolgente” che gli italiani accarezzavano, proprio come quel gommone sul quale lo stesso Grillo, in quello storico 8 settembre di 13 anni fa, in una Piazza Maggiore gremita all’inverosimile, nella “rossa Bologna”, sotto lo sguardo attento di San Petronio, si faceva trasportare da quel mare di gente.

Era un “vaffanculo atomico” che avrebbe dovuto immunizzarci dalla politica, quella dei partiti, quella dei colletti bianchi, quella del potere che aveva tenuto le redini del paese dal 1946 in poi, superando quasi illesa perfino la tormenta di Tangentopoli, di Mani Pulite, del lungo e sanguinoso periodo delle stragi di mafia.

Da quell’ottosettembreduemilasette, dall’epopea del vaffaday, sono trascorsi tredici anni, tre mesi e 20 giorni. Cosa è cambiato? Dovevamo liberarci dal “virus” della malapolitica, quella che ha rastrellato la sanità, quella che ha creato una voragine sociale e infrastrutturale tra nord e sud, quella che – in sintesi - è stata causa di clamorosi scippi di diritti come la giustizia, la salute, la formazione, l’assistenza e la mobilità.

E invece, cosa è successo? L’immagine più realistica del lungo momento catartico di Grillo e del Movimento 5 Stelle l’ha data nelle settimane scorse Gianni Cuperlo sulle colonne del Domani: «Il M5s si è de-vaffanculizzato. E questa è una buona notizia» scrive il giornalista, scrittore e deputato del Partito Democratico sul giornale di De Benedetti.

Sarà pure una buona notizia per l’apparato di potere, un po’ meno per i cittadini che sognavano la rivoluzione dell’emancipazione da una classe politica che aveva sempre preso decisioni fuori dal tempo, in direzione ostinata e contraria rispetto alle aspettative del popolo. Adesso, a leggere Cuperlo, quella rivoluzione si è consumata nelle stanze della Capitale, in quella Roma che appiana o acuisce tutto.

Il Popolo italiano ed il Movimento 5 stelle, dopo 13 anni, sono diventate rispettivamente le facce di Eurídice e Guida Gusmão, le protagoniste del romanzo di Martha Batalha: due sorelle che nel loro rocambolesco percorso di emancipazione cercarono di scendere a patti con il ruolo imposto dalla società.

Chi tra l’Italia e i Grillini sia riuscito nel suo intento è difficile a dirsi. Anche se, finché questo dubbio amletico non verrà dipanato, sarà impossibile raggomitolare le fila di un Paese sempre in piena crisi e oggi – senza dubbio – alla ricerca di un’identità.

Tant’è che dal V-Day del 2007, che rappresentava la risposta rude ma probabilmente la più efficace per cambiare le cose, con un piglio sognante e rivoluzionario, si è passati al V-Day di ieri (27 Dicembre 2020). Il Vaccine Day europeista, accarezzato e sposato da Giuseppe Conte: il premier, la faccia del potere del Movimento 5 Stelle. 

Un paradosso lungo 13 anni. Dal “mene frego” di Piazza Maggiore che sfanculava il potere e lo sfidava in piedi su un gommone, come il gallico Abraracourcix, all’antidoto contro la paura. Quel Vaffanculo diventato Vaccino (soporifero) contro l’insidia di un virus sconosciuto che ha mietuto migliaia di vittime innocenti, che ha reso tutti uguali, tutti giustamente impauriti e messi di fronte ad un dato di fatto: non siamo un popolo di rivoluzionari, a noi italiani, oggi come nel 2007, basta un V-Day per farci vivere tranquilli.

Ci accontentiamo di poco, ignari che il fiume sotto il ponte continua a scorrere e che noi non stiamo lì come i cinesi ad aspettare il cadavere del nostro nemico ma solo a sollazzarci di quelle chiare, fresche e dolci acque.

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.