Corigliano-Rossano, dentro il Codex Purpureus ci sono tre primati che non tutti conoscono
Non solo il Vangelo purpureo patrimonio UNESCO: nel capolavoro custodito a Rossano si trovano la più antica Ultima Cena, il primo notturno dell’arte cristiana e le prime immagini di un’aula di tribunale
CORIGLIANO-ROSSANO - A Corigliano-Rossano il Codex Purpureus Rossanensis lo conoscono tutti. O almeno tutti sanno che esiste. Lo abbiamo sentito nominare a scuola, nelle visite guidate, nei discorsi pubblici, nei racconti sulla Rossano bizantina, nelle campagne culturali e turistiche. È il grande tesoro della città. Il Vangelo purpureo. Il manoscritto scritto in oro e argento. Il patrimonio UNESCO censito, anche per le sue unicità, nella mappatura ufficiale dei cento Marcatori Identitari Distintivi (MID) della Calabria straordinaria. Il simbolo alto, quasi sacrale, di una Calabria che non deve chiedere permesso a nessuno per sedersi al tavolo della grande cultura mondiale.
Eppure, proprio perché il Codex è diventato un nome familiare, rischiamo paradossalmente di non guardarlo più davvero.
Lo citiamo. Lo celebriamo. Lo evochiamo. Ma forse non tutti sanno che dentro quelle pagine non c’è soltanto un manoscritto antico. C’è una piccola vertigine della storia dell’arte cristiana. Ci sono immagini che, per antichità e unicità, aprono finestre rarissime sui primi secoli della rappresentazione sacra. Ci sono scene che rendono il Codex non solo un bene prezioso per Rossano o per la Calabria, ma un oggetto culturale capace di parlare al mondo.
Tre, in particolare, sono le curiosità che meritano di essere raccontate con più forza: la più antica rappresentazione dell’Ultima Cena, il più antico notturno della storia dell’arte cristiana e le più antiche immagini di un’aula di tribunale.
Tre primati. Tre dettagli. Tre porte d’ingresso in un capolavoro che continuiamo a chiamare “Codex”, ma che forse dovremmo imparare a leggere anche come una specie di cinema sacro del VI secolo.
Non solo manoscritto: un racconto per immagini
Il Codex Purpureus Rossanensis non è soltanto testo. È immagine. È colore. È racconto visivo.
I suoi fogli purpurei, la scrittura in oro e argento, le miniature sulla vita di Cristo compongono un oggetto che non si limita a trasmettere parole, ma mette in scena episodi, personaggi, gesti, tensioni, attese. Prima ancora che la cultura di massa inventasse il linguaggio del fumetto, della sequenza cinematografica, della narrazione per immagini, il Codex faceva già qualcosa di straordinariamente moderno: raccontava il Vangelo anche agli occhi.
E qui nasce la prima sorpresa.
Tra le sue miniature è custodita con molta probabilità una delle più antiche rappresentazioni dell’Ultima Cena. Non una delle tante immagini successive, non una rielaborazione medievale o rinascimentale, non il grande immaginario che tutti abbiamo in mente dopo Leonardo. Molto prima di Leonardo, molto prima delle icone più note dell’Occidente cristiano, a Rossano c’è una scena antichissima della Cena.
Pensiamoci un attimo: quando oggi diciamo “Ultima Cena”, l’immaginario collettivo corre automaticamente al Cenacolo leonardesco. Tavola lunga, Cristo al centro, apostoli disposti attorno, dramma umano e teologico congelato in un istante. Ma se spostiamo lo sguardo indietro di quasi mille anni, troviamo il Codex. Troviamo Rossano. Troviamo una Calabria bizantina che custodisce una delle radici più antiche di quella stessa immagine.
È una cosa enorme. Ed è forse una delle più sottovalutate.
Il primo notturno dell’arte cristiana
La seconda unicità è ancora più affascinante, quasi cinematografica: nel Codex sarebbe presente il più antico notturno della storia dell’arte cristiana, riferito alla scena del Getsemani, il momento in cui Cristo prega nell’orto prima dell’arresto.
Il notturno è una suggestione straordinaria. Non è semplicemente una scena ambientata di notte. È atmosfera. È buio. È attesa. È paura. È interiorità. È il momento in cui la luce non serve solo a far vedere, ma a dare senso. Nell’arte cristiana, la notte non è mai neutra: è tradimento, preghiera, prova, solitudine, passaggio.
Sapere che uno dei primi notturni cristiani si trova nel Codex Purpureus Rossanensis significa guardare quel manoscritto con occhi completamente diversi. Non solo come reliquia documentaria. Non solo come capolavoro paleografico. Ma come laboratorio antichissimo della rappresentazione emotiva.
Perché rappresentare la notte significa già provare a raccontare qualcosa che va oltre il fatto. Significa costruire una scena, una tensione, un clima. Significa usare l’immagine non solo per illustrare, ma per far sentire.
E allora il Codex diventa ancora più vicino a noi. Non resta chiuso in una teca come oggetto remoto e difficile. Si trasforma in un dispositivo narrativo. In una macchina del tempo. In un racconto visivo che, dopo secoli, continua a suggerire domande: come si rappresentava il buio? Come si raccontava la paura? Come si metteva in immagine il momento in cui la storia sacra entra nella sua notte più drammatica?
Le prime aule di tribunale
La terza curiosità sembra quasi uscita da un titolo contemporaneo: nel Codex ci sarebbero anche le più antiche rappresentazioni di un’aula di tribunale.
Le scene sono quelle legate a Cristo davanti a Pilato, al pentimento di Giuda, alla scelta tra Gesù e Barabba. Ma quelle miniature non mostrano solo un episodio evangelico. Mostrano una scena processuale con un giudice, un imputato, l'accusa, la folla, poi la decisione e, infine, la responsabilità.
In altre parole, dentro il Codex non c’è soltanto una pagina della storia cristiana. C’è anche una delle prime grandi rappresentazioni visive del giudizio, del processo, dell’aula come luogo simbolico in cui si decide il destino di un uomo. Un po’ come fanno oggi i disegnatori che, nelle aule dei tribunali americani dove non sono ammesse telecamere, raccontano con i loro schizzi i momenti chiave dei processi: anche lì, come nel Codex, l’immagine diventa racconto, interpretazione, memoria visiva di ciò che accade davanti a un giudice.
Ed è impressionante pensare che una delle immagini più antiche di questo tipo sia custodita proprio a Rossano.
Per una città che oggi è al centro di tante battaglie civiche, istituzionali e territoriali anche sul tema della giustizia, questa coincidenza simbolica ha una forza particolare. Naturalmente non bisogna forzare la storia. Ma le immagini, quando sono così potenti, finiscono sempre per parlare anche al presente.
Cristo davanti a Pilato, in quelle tavole antichissime, non è solo un episodio di fede. È una scena universale: il rapporto tra verità e potere, tra folla e responsabilità, tra legge e coscienza, tra decisione pubblica e destino umano.
Ora il passo successivo è un altro, ma fondamentale: fermarsi davvero davanti a questo patrimonio, conoscerlo, osservarlo senza fretta, lasciarsi sorprendere. Il Codex è un invito silenzioso a riscoprire la profondità della nostra storia e a riconoscere, con maggiore consapevolezza, la straordinaria ricchezza che abbiamo sotto gli occhi. E che, spesso, non apprezziamo.