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Carcere di Rossano, un solo agente per sezione e detenuti psichiatrici senza cure: «La sicurezza è venuta meno» | VIDEO

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CORIGLIANO-ROSSANO - Un agente, spesso molto giovane e appena uscito da un corso di formazione ridotto, chiamato a controllare da solo un’intera sezione detentiva. Persone con gravi problemi psichiatrici rinchiuse in un luogo che non dispone degli strumenti sanitari necessari per curarle. Bagni riservati al personale senza porte, infiltrazioni d’acqua e una struttura relativamente recente sulla quale, secondo il sindacato, la manutenzione non è mai stata adeguata.

È la fotografia del carcere di Corigliano-Rossano tracciata da Giovan Battista Durante, segretario generale aggiunto del SAPPE, intervistato dall'Eco dello Jonio dopo la proclamazione dello stato di agitazione del personale di Polizia penitenziaria.

L’ultima aggressione ha fatto esplodere una tensione accumulata da tempo, ma per Durante la crisi non può essere ridotta alla violenza di un singolo episodio. Il problema è strutturale e riguarda il modello con cui il sistema penitenziario continua a gestire persone, sicurezza e disagio mentale.

«A Rossano, come in molti altri istituti, si respira un clima di instabilità generale – spiega –. Sono presenti molti detenuti con problemi psichiatrici che noi non possiamo gestire. Avrebbero bisogno di un trattamento sanitario e di cure, oltre che del contenimento nei momenti di maggiore crisi».

Il carcere finisce così per assorbire funzioni che dovrebbero appartenere alla sanità. E quando la sofferenza mentale, le dipendenze e le crisi comportamentali vengono affidate quasi esclusivamente alla sorveglianza, la Polizia penitenziaria diventa l’ultimo argine di un sistema che ha già perso gli altri presìdi.

Un carcere recente già segnato dal degrado

La struttura rossanese risale ai primi anni novanta, ma Durante descrive condizioni che non dovrebbero appartenere a un istituto relativamente moderno.

«Ci sono gravi problemi strutturali. I bagni degli agenti nelle sezioni sono senza porte, ci sono infiltrazioni d’acqua e criticità che incidono anche sulla sicurezza. È un carcere recente, ma non è stata fatta la manutenzione necessaria».

Lo stato di agitazione nasce dunque dalla somma di più emergenze: aggressioni ripetute, carenze di personale, condizioni di lavoro degradate, assenza di risposte sanitarie adeguate e difficoltà nell’organizzare in sicurezza le sezioni.

Il dato più allarmante riguarda proprio il numero degli operatori presenti. «Una sezione detentiva viene gestita anche da un solo agente», sottolinea Durante. Un lavoratore che deve controllare decine di detenuti, intervenire durante le crisi, garantire gli spostamenti interni e affrontare eventuali emergenze senza avere sempre un collega immediatamente accanto.

E spesso si tratta di personale giovane. Per accelerare le assunzioni, ricorda il sindacalista, la durata dei corsi di formazione è stata ridotta da sei a quattro mesi. Una scelta dettata dall’urgenza di coprire gli organici, ma che rischia di produrre un ulteriore indebolimento della professionalità proprio quando le carceri diventano più complesse.

A questo si aggiunge la perdita del personale più esperto, che per anni ha rappresentato una guida operativa per i nuovi agenti. «Viene meno chi accompagnava i giovani e li aiutava a leggere le situazioni. Si crea uno scollamento nella catena gerarchica», osserva Durante.

Emblematico è il caso degli ispettori, figure decisive nel coordinamento dei reparti: «Per undici anni non sono stati banditi concorsi. È un ruolo fondamentale nella gestione quotidiana del carcere».

Duemila aggressioni all’anno

Il caso di Rossano si inserisce in una crisi nazionale. Secondo i dati richiamati dal SAPPE, nelle carceri italiane si registrano circa duemila aggressioni ogni anno ai danni del personale.

Non sempre si tratta soltanto di colpi ricevuti direttamente. Gli agenti possono ferirsi anche durante gli interventi necessari a contenere una persona in preda a una crisi violenta. Gli esiti sono spesso pesanti: traumi, lesioni e prognosi che possono arrivare a venti, trenta o quaranta giorni.

Il Governo, riconosce Durante, ha avviato una fase importante di riorganizzazione del Corpo e di nuove assunzioni. I corsi possono arrivare a coinvolgere circa 3.500 allievi, numeri che non si registravano da tempo.

Ma la crescita rimane fragile, perché ogni anno tra 2.400 e 2.500 agenti lasciano il servizio per raggiunti limiti d’età. Per anni, sottolinea il sindacalista, il saldo tra entrate e pensionamenti è rimasto negativo. La tendenza starebbe iniziando a cambiare, ma gli effetti della lunga carenza continuano a pesare negli istituti.

Durante riconosce al sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro gli interventi effettuati sulla riorganizzazione della Polizia penitenziaria e sulla gestione interna del Corpo. Restano però ancora aperti i problemi più delicati: il trattamento dei detenuti psichiatrici, la sicurezza quotidiana nelle sezioni e l’adeguamento delle singole strutture.

Il carcere non è un mondo separato

C’è poi un altro punto che il segretario aggiunto del SAPPE vuole riportare al centro del dibattito: il carcere non è una cittadella distante dalla società e la Polizia penitenziaria non svolge soltanto un compito di custodia.

«Il carcere rimane un presidio di legalità e di sicurezza, anche se oggi questa sicurezza è venuta meno in molti aspetti», afferma Durante.

Dentro gli istituti vengono raccolte informazioni utili alle indagini sulla criminalità organizzata, si analizzano comportamenti e relazioni, si contrastano i fenomeni di radicalizzazione e si svolgono attività investigative capaci di produrre effetti anche fuori dalle mura.

Durante ricorda che negli ultimi anni più di duecento persone sarebbero state espulse dal territorio nazionale dopo percorsi di radicalizzazione individuati anche grazie all’attività svolta negli istituti. Numerose investigazioni, aggiunge, prendono avvio proprio dalle informazioni raccolte dalla Polizia penitenziaria.

Per questo la crisi di Rossano non riguarda soltanto chi lavora nel carcere. Quando una sezione viene lasciata a un unico agente, quando il disagio psichiatrico non trova risposte sanitarie e quando la manutenzione compromette le condizioni operative, a indebolirsi è un pezzo della sicurezza collettiva.

Lo stato di agitazione è dunque il segnale di un sistema arrivato al limite. Gli agenti chiedono protezione, organici adeguati e condizioni dignitose. Ma chiedono soprattutto che il carcere torni a svolgere la propria funzione senza essere trasformato nel contenitore finale di tutte le emergenze che lo Stato, all’esterno, non è riuscito ad affrontare.

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.