Disabile aggredito da un gruppo di stranieri in una città vuota. Il problema non sono i controlli ma le regole (inefficaci)
Il fatto è avvenuto ieri sera in Via Nazionale a Rossano. Dietro l’episodio emerge un problema sociale strutturale: migrazione incontrollata, alcolismo, case sovraffollate e norme inefficaci che non riescono a governare la convivenza urbana
CORIGLIANO-ROSSANO - Sono da poco passate le 20.30 quando lungo via Nazionale, una delle arterie più centrali di Rossano Scalo, un uomo con disabilità viene aggredito verbalmente da un gruppo di giovani stranieri. Urla, invettive, parole grosse. Paura. Nessun contatto fisico, ma attimi di tensione in una strada che, a quell’ora, è già praticamente deserta.
È questa l’immagine che racconta meglio di tante analisi la condizione serale di Corigliano-Rossano: una città che dopo il tramonto si svuota, dove le vie centrali si spengono presto e dove le attività commerciali che resistono lo fanno ormai più per resilienza che per convenienza. Una città, specie nelle zone centrali, presa in ostaggio dal degrado sociale.
Quello accaduto ieri sera non è un fatto isolato. Anzi, probabilmente è un fatto che non fa più nemmeno notizia. Perché si è inermi e trova ormai una popolazione rassegnata. È uno dei tanti episodi quotidiani che si inseriscono in un clima di tensione sociale ormai evidente, che si manifesta soprattutto nelle ore serali.
Il contesto è noto. Molte persone, spesso lavoratori che vivono in appartamenti sovraffollati nel centro urbano, in case sfitte che vengono riaffittate e trasformate in dormitori improvvisati: dove vivono anche dieci persone nello stesso appartamento, con canoni di circa cento euro a testa. Situazioni che spesso si collocano al limite delle condizioni igienico-sanitarie, con servizi insufficienti e in alcuni casi persino senza utenze regolari.
Non si tratta degli stranieri stabilmente residenti, che a Corigliano-Rossano sono circa 10mila su una popolazione di 80mila abitanti. Persone integrate nella comunità, con lavoro, famiglia, figli nelle scuole e attività economiche. È importante chiarirlo affinché non si faccia una inutile caccia alle streghe e soprattutto non si derubrichi questo problema nel grandissimo faldone dell’odio razziale, del razzismo, dell’intolleranza, perché così si rischierebbe solo di non affrontare una questione che, invece, è chiara, netta, preoccupante,
Il problema riguarda invece la componente temporanea e precaria della manodopera stagionale, composta in larga parte da giovani tra i 18 e i 30 anni, provenienti da diversi Paesi dell’Africa subsahariana e del Medio Oriente.
Durante la stagione agricola lavorano nei campi. Quando le giornate di lavoro finiscono restano in città senza occupazione e senza prospettive. Le giornate scorrono tra i discount e le strade del centro urbano. All’imbrunire si formano gruppi che stazionano lungo le vie principali. Non tutti danno luogo a comportamenti problematici, certo, ma l’abuso di alcol e l’assenza di qualsiasi prospettiva sociale alimentano episodi di tensione sempre più frequenti. Proprio come quello di ieri sera.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la città si svuota. Famiglie che evitano di uscire, negozi che anticipano la chiusura, quartieri centrali che già alle 20.30 sembrano immersi nella notte.
È qui che emerge il nodo vero della questione. Questa, sia chiaro, non è una guerra tra cittadini e forze dell’ordine. Non è neppure un problema di impegno da parte di chi è chiamato a garantire la sicurezza.
Le Forze dell'Ordine e magistratura fanno il loro lavoro. Quando vengono allertate dalle persone in difficoltà piombano subito sul posto, fanno le indagini. Intervengono quando necessario, identificano, segnalano, applicano le norme esistenti.
Il punto, però, è un altro: le norme spesso non sono adeguate a governare queste situazioni. Molti degli episodi che si verificano nelle strade della città, infatti, rientrano in quella zona grigia della convivenza urbana che non configura reati gravi e che quindi non consente interventi incisivi. Le persone vengono fermate, identificate, e nel giro di poche ore tornano libere.
Il risultato è un sistema che non riesce a prevenire né a correggere il problema. Per questo, soprattutto in un momento in cui si fa tanto parlare della Riforma della Giustizia, viene da porsi una domanda che va oltre la cronaca: se non sia necessario ripensare l’impianto normativo che regola queste dinamiche.
Non per criminalizzare, ma per governare un fenomeno complesso che oggi sfugge alle maglie della legge.
Un quadro normativo più chiaro, più rigoroso, più coerente con le trasformazioni sociali che stanno attraversando molti territori agricoli del Sud.
Servono regole più ferree e meno permissive su alcuni aspetti cruciali: le condizioni abitative; il lavoro stagionale irregolare; la gestione dei flussi temporanei di manodopera; i comportamenti che minano la convivenza urbana. E non bisogna generare leggi con vie di fuga. Bisogna essere teutonici se si vuole affrontare e risolvere davvero questo problema.
Perché quando una città arriva al punto in cui alle otto e mezza di sera le strade centrali sono deserte di socialità e si riempiono di paura e violenza il problema non è più soltanto di sicurezza. È un problema, anche in questo caso, di sistema. E riguarda la capacità delle regole di governare la realtà.